Io vendo, tu compri

2014 Conessioni 3 -For rent

FOR RENT (serie CONNESSIONI) – Acrilico e filo di rame su tela, 2014 – 50×70

Quando l’essere umano si rese conto che il suo vicino di caverna aveva cose che a lui mancavano, iniziò uno scambio, il baratto. L’evoluzione della quantità e qualità degli scambi e la sempre maggiore specializzazione delle attività lavorative portarono a trasformare il baratto in compravendita, con l’invenzione del denaro. Pare che le prime monete metalliche abbiano fatto la loro comparsa in Lydia, l’attuale sud della Turchia, intorno al VII secolo A.C..
Io ti do i soldi, tu in cambio mi dai quello che io voglio da te. È l’inizio della schiavitù degli uomini nei confronti del denaro, cui tutti, chi più chi meno, dobbiamo sottostare.
Chi ha poca considerazione della propria mente vende il corpo o parti di esso; al contrario, quasi tutti vendiamo o affittiamo le nostre capacità e il nostro tempo se riteniamo disdicevole vendere il corpo. Il fatto che il primo tipo di compravendita non sia socialmente accettato potrebbe consistere nella principale funzione che si attribuisce al corpo, cioè quella di procreare e di essere fonte di piacere, due aspetti che la morale comune connette e destina solo alle persone che amiamo senza fini pecuniari.
Attualmente sembrerebbe di assistere al ribaltamento anche di questi principi. In alcune parti del mondo è  normale amministrazione la compravendita di uteri come incubatrici di gameti eterologhi, o addirittura di feti su commissione. Si sta passando dalle transazioni per soddisfare i bisogni dell’uomo al commercio dell’uomo, ma, in fondo, anche il mercato degli schiavi non è una novità, ha solo cambiato forme.

BEBAY 2039 – CHOOSE YOUR BABY – (serie FRAMES) -Mixed media, 2017

 

 

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La cumparsita (tango per un uomo che non c’è più)

 

partitura-La-CumparsitaAnni Sessanta, un appartamento ricavato al piano terreno di una ex cascina. Le stanze sono fredde, i muri grondano ghiaccio.
Lei è davanti a una stufa economica, sta mescolando una minestra. Lui è nella stanza attigua, quella dove dormono le due ragazze e la bambina. Accende un giradischi e posiziona la puntina su un grande disco nero. Le note di La Cumparsita allagano la casa, la scaldano.
Va in cucina, scioglie ridendo il grembiule di lei, le cinge la vita. Lei lo allontana, ma lo guarda divertita e si lascia riprendere. La conduce in un tango leggero che attraversa le stanze. Ridono insieme.
La bambina osserva da un angolo della cucina: si sta chiedendo se quello è ciò che i grandi chiamano felicità.

colonna sonora: La cumparsita

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Beppe Rossi, il mio nemico

 

MUTAZIONI 2 – mixed media on mdf 72×72 2011 Mutazioni 2

 Era arrivato a un livello tale d’insofferenza da non riuscire più ad ascoltarlo senza aver voglia di mollargli un ceffone. Non faceva in tempo a mostrargli un nuovo lavoro, che subito l’altro cominciava a criticarlo. Ma come si permetteva, da quale pulpito veniva la predica? Proprio lui che non era mai riuscito a combinare niente di buono, e aveva sciupato con la sua inettitudine qualsiasi occasione di successo. Già, adesso si sentiva realizzato nel fare il critico del lavoro altrui. Qualcuno ha detto che i critici sono artisti mancati, e probabilmente ha ragione.
Il suo “miglior nemico”, come lui lo chiamava, Beppe Rossi insomma, era il classico pittore da tempo libero, uno che non aveva mai avuto il coraggio di scegliere con decisione la strada dell’arte. Dopo la scuola dell’obbligo si era iscritto al liceo artistico, perché sapeva da sempre che era quella la sua strada. E poi aveva frequentato Brera, tutto comme il faut. Eppure la sua carriera non era mai decollata davvero. Dopo le prime, insoddisfacenti collettive, aveva pensato che un lavoro fisso avrebbe potuto garantirgli un reddito minimo, e ne aveva cercato uno che fosse compatibile con le sue aspirazioni artistiche. Così si era barcamenato tra il lavoro ai mercati generali e la sua grande passione. Pur essendo quanto di più lontano dalle sue aspettative, quell’impiego gli permetteva di avere tutto il pomeriggio libero per potersi dedicare alla pittura.
Ogni giorno, con meticolosa determinazione, Beppe Rossi andava in studio e dipingeva. Era finalmente riuscito a ottenere qualche terzo premio a concorsi di provincia, aveva partecipato a una decina di collettive in giro per la Lombardia, ma aveva allestito una sola personale importante .
Era stato proprio lì, a partire da quell’evento che avrebbe dovuto consacrarlo come Artista che le cose, tra loro, avevano cominciato a guastarsi. L’unico quadro che Beppe Rossi era riuscito a piazzare era uno scorcio della via adiacente ai mercati generali, da cui s’intravedeva l’entrata del magazzino dove lavorava. L’aveva venduta al suo principale, che l’aveva sistemata in bella vista in ufficio subito il giorno dopo l’acquisto. Lungi dall’essere incoraggiante, l’aver venduto quell’unico quadro, proprio quel quadro in cui Beppe Rossi non credeva, aveva rappresentato per lui una grande sconfitta personale da cui non si era più ripreso. Lo aveva portato alla mostra in un secondo tempo per riempire un vuoto sulla parete, e ogni volta che l’occhio cadeva su quella tela se ne vergognava un poco. Le altre opere, quelle pensate, elaborate con infinita pazienza, in cui aveva infuso tutta la sua creatività, erano rimaste attaccate al chiodo di quella piccola galleria milanese.
La mostra s’intitolava “I non-luoghi” e tutti i lavori, pur rappresentando uno scorcio di paesaggi reali, erano immersi in un’atmosfera onirica, dove il pittore voleva comunicare più il suo modo di vedere il mondo che non il mondo in sè stesso. Insomma l’aver venduto proprio l’unico lavoro che non conteneva un briciolo di concettuale, quell’entrata secondaria dalla cui superficie sembrava di sentir sprigionare il tanfo delle verdure marce e l’odore di nafta edulcorata dei cartoni da imballaggio, aveva costituito per lui una ferita insanabile. Da quel momento Beppe Rossi aveva deciso di non esporre mai più.
In compenso, aveva cominciato a criticare lui tutte le volte che ne aveva l’opportunità.
Nel pomeriggio, per esempio. Aveva appena dato l’ultimo tocco di pennello al quarto quadro della serie “Mutazioni”. Ne era talmente soddisfatto che lo guardava e lo riguardava, traendone sempre nuovo piacere. Una volta finito l’aveva piazzato sul cavalletto in mezzo allo studio, gli aveva fatto il vuoto intorno per meglio metterlo in risalto. Lo osservava per un po’, andava in cucina a mangiare una mela, e tornava in studio. Andava in bagno a lavarsi i denti, e ripeteva la visita al nuovo lavoro per cercare di vederlo con occhi puliti, e ogni volta la sua soddisfazione aumentava.
Finché non era arrivato Beppe Rossi a rovinargli la festa. Appena l’aveva sentito salire, un moto di rivalsa l’aveva aggredito alla bocca dello stomaco. Questa volta non avrebbe potuto dire niente di offensivo, sentiva che la sua opera era inattaccabile da ogni punto di vista.
“Allora, ti piace?” gli aveva chiesto come se la risposta, affermativa, fosse scontata.
“Ma sì, direi che non è male…”
A lui erano subito girati i coglioni: “Come non è male, a me sembra più che riuscito”.
“Quell’omino lì, lo vedi?”
“Sì, e allora?”
“Allora mi ricorda De Chirico, troppo statuario, metafisico, metaclassico, direi. Meta. Perché rifarlo, se l’hanno già fatto altri?”.
Lui decise che stavolta quello stronzo aveva passato il segno, ormai non ne poteva davvero più. Era ora di disfarsi di quel bastardo che gli tarpava le ali, che non gli faceva un complimento neanche a pagarlo, che smorzava il suo entusiasmo e la fiducia in sè stesso.
Girò le spalle a Beppe Rossi, si avviò verso la camera. Aprì il cassetto del comò, rovistò tra le mutande e prese la Smith & Wesson di seconda mano comprata on line. Mise il colpo in canna e tornò con passo felpato verso lo studio, tenendo la pistola lungo il fianco destro, il dito pronto a premere il grilletto. Basta, l’avrebbe fatta finita una volta per tutte.
Beppe Rossi era là, davanti a lui: l’insopportabile ghigno beffardo lo urtava come nessun altro riusciva a fare.
Premette il grilletto con decisione. Lo specchio davanti a lui lasciò partire miriadi di schegge di vetro. Forse, stavolta, Beppe Rossi sarebbe sparito definitivamente.

( da Ricucire gli strappi del tempo e altri racconti)

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Tentativo di demolizione di un tabù: “Elogio del suicidio” di Andros

20180612_151421.jpg “Al di là delle perdite che la nostra società  promuove e favorisce, vedremo come la perdita sia una costante che si ritrova in ogni spinta al suicidio.” Andros

Si può definire perdita la mancanza di qualcosa che in precedenza possedevamo. Possedere significa soddisfare qualcuno dei bisogni fondamentali dell’uomo: in primis il bisogno di libertà, persa la quale l’uomo smette di essere individuo autonomo e comincia a identificarsi come proiezione di qualcosa di esterno a sé stesso. L’essere umano sente l’esigenza di poter esprimere il proprio pensiero, di gestire il proprio corpo in autonomia, di amare ed essere amato, di compiere scelte, senza essere influenzato da altre esigenze che non siano le proprie.

Tra queste libertà irrinunciabili l’Autore fa rientrare la possibilità di decidere della propria morte, rinunciando alla vita. È un’opzione logica, nel senso che è frutto di un ragionamento secondo cui questa è,  in definitiva, l’unica vera libertà  concessa all’uomo, ma io mi chiedo quanto siamo effettivamente liberi di disporre della nostra vita. Non siamo assolutamente in grado di gestire la nostra nascita, né lo sono stati i nostri genitori quando si è trattato di decidere il nostro sesso, il colore dei capelli, la predisposizione a una malattia piuttosto che un’altra: inconsapevoli portatori di geni tra i quali il caso (il caso?) ha scelto proprio quella combinazione provvisoria.

Non siamo quindi in grado di autoprogrammarci, né di decidere quando venire al mondo. Abbiamo il diritto di decidere quando morire? Andros pensa di sì, coerente con l’atteggiamento trasgressivo e ribelle che lo caratterizza anche come Artista.

Nella prima parte del libro fa un excursus sulle posizioni della filosofia, della religione e della società  in generale nei confronti del suicidio e dei suicidi. Proprio qui ho scoperto l’opinione di Pitagora, e mi pongo decisamente dalla sua parte. Egli, da buon matematico, pensava al suicidio come a qualcosa che turba il naturale equilibrio dell’universo, dove, anche in termini numerici, alla morte di qualcosa corrisponde la nascita di qualcos’altro. Assegna a ogni uomo un “posto di guardia ” che egli potrà lasciare solo quando il suo compito è terminato. Detta così, sembra un’affermazione risibile, dal sapore vagamente militaresco, ma se ci poniamo nell’ottica dell’uomo come manifestazione della “materia-spirito” che è ciò di cui siamo fatti, possiamo pensare che ognuno di noi sia un tentativo di migliorare la sostanza che compone questa cosa misteriosissima – e banale fino al punto di attraversarla quotidianamente- che chiamiamo Vita.

Rifiutare questo tentativo può essere legittimo e rientra tra le libertà irrinunciabili, ma se fosse vera anche un’altra teoria di Pitagora, il quale pensa che dopo la morte ci aspetta la metempsicosi e che la temporanea assenza del nostro essere visibili agli uomini sia solo una pausa prima di reincarnarci un un’altra forma dell’Essere, il suicidio si rivelerebbe come un inutile tentativo di sottrarci al nostro compito, che si ripresentera’ inevitabilmente nella vita successiva, anzi: ci toccherà ricominciare da capo, esattamente dai nodi non sciolti nell’esistenza precedente.

Tuttavia, sono perfettamente consapevole che chi ha una visione totalmente materialista e non riesce a sentire il senso della vita, possa decidere di porvi fine. Capita a tutti di pensarci, prima o poi, è ipocrita negarlo: la vita non è un percorso facile. C’è chi nasce attrezzato, socialmente e biologicamente, a superare gli scogli, e c’è  chi non lo è. È allora barbaro, come sottolinea Andros, nascondere e rendere inaccessibili i mezzi meno crudeli e più indolori per suicidarsi. L’Autore auspica addirittura che questa “pillola per la morte dolce” possa essere venduta in farmacia, come qualsiasi altra terapia, a partire dai 18 anni di età. Se si ha la maturità per votare, dice, si dovrebbe avere la possibilità di decidere per la propria vita.

Non sono assolutamente d’accordo con questo punto: ritengo che una cosa sia delegare la gestione della cosa pubblica per un limitato periodo di tempo, altra sia la rinuncia definitiva a vivere così precocemente. A quell’età si ha una percezione esasperata e fallace delle proprie sensazioni.  Ci si può sentire brutti senza esserlo davvero, percepire un fallimento sentimentale o scolastico come una sconfitta irreparabile. Si soffre atrocemente, lo sappiamo tutti, ma, come Aldo Busi, anch’io mi sento di dire: “Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di patire da giovani?”

Chi, dunque, potrebbe decidere che l’aspirante suicida ha tutte le ragioni per mettere in atto il proprio progetto? Trovo in ogni caso sbagliato delegare una decisione così personale e irreversibile. I giudici nominati, come avveniva nell’antica Grecia, potrebbero essere influenzati da fattori esterni,   come convenienze economiche dello Stato, per esempio. Mi preme inoltre sottolineare l’atteggiamento ambiguo e contraddittorio della società e del sistema giudiziario attuale nei confronti della morte: da un lato si nega l’eutanasia a casi disperati di malati terminali o in stato vegetativo che avrebbero tutte le ragioni di lasciare questo mondo, dall’altra ci si sostituisce a chi ha la patria potestà, o il diritto di decidere, per somministrare la “dolce morte” a esistenze ritenute “risibili”. Si tutela il diritto all’aborto ma si continua a stigmatizzare chi decide di porre fine alla propria vita.

È un argomento difficile da affrontare, ma sicuramente sarebbe opportuno parlarne, anziché stendere un velo falsamente pietoso sui casi di suicidio, come avviene ai nostri giorni sui mezzi di informazione. Si evita di parlarne con la scusa dei gesti di emulazione, facendo sentire ancora più in colpa chi è talmente infelice da voler rinunciare alla propria vita. La società  si comporta, in definitiva, come quelle massaie che per risolvere il problema della pulizia  nascondono la polvere sotto il tappeto. Tutto appare perfettamente in ordine, la facciata è salva: si seppellisce chi ha rinunciato a far parte della società e tutto ritorna ad apparire perfetto. La società non previene questi gesti disperati, anzi a volte ne crea le condizioni, ma, nonostante questo, sostanzialmente se ne disinteressa.

Il libro di Andros va proprio nella direzione opposta, e sicuramente riesce a scuotere la polvere dal tappeto o, perlomeno, costringe a pensarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La tenerezza

madonna-della-tenerezza

Andrea Mantegna, Madonna della tenerezza, 1491 – tempera e penna ad inchiostro bruno- Attualmemte in prestito al Museo civico degli Eremitani a Padova

 

Che cos’è la tenerezza?

Di sicuro è in questo abbraccio di donna che ama e protegge,  e nulla si aspetta in cambio, se non dispiacere futuro.

 

 

 

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La valigia

 

Tonight-acrilico e pastello su carta 24×33 2016 Tonight 1

Il vestito di seta a righe blu fu l’ultima cosa che mise in valigia, un ripensamento dell’ultimo momento, quando ormai aveva agganciato le cinghie. Sulla scollatura di quell’abito il suo sguardo aveva indugiato qualche secondo di troppo, quella sera di giugno in cui l’aveva invitata sui Navigli per un aperitivo. Era la prima volta che si vedevano fuori dallo studio, e lei lo considerava il primo, vero, appuntamento.
Chiuse la valigia, lasciò che i due anelli finali delle cerniere combaciassero al centro. Aveva messo il ricambio sufficiente per due settimane, ma poteva bastare anche per due mesi. Aveva ripiegato indumenti intimi e ferite dell’anima, ematomi del cuore e golfini estivi.
Si guardò intorno: lasciava la casa che era stata sua senza alcun rimpianto, solo una leggera nostalgia per qualcosa che avrebbe potuto essere ma non era stato. Ormai era troppo tardi, era meglio guardare avanti, lasciare la vecchia vita di relazioni inautentiche, di sguardi falsi coperti da sorrisi di circostanza, di amicizie venate di odio e inimicizie con parvenze d’amore.
Ricordò i due nei che lui aveva alla base del collo, e si ripetevano identici appena sopra l’inguine.
Una voglia improvvisa di baciarli le incendiò la pancia, lasciandola come sempre tramortita dall’intensità di quel sentimento che era nato inaspettato, tardivo e fuori luogo, ma che ormai rappresentava la sua unica ragione di vita.
Si pettinò i capelli, un filo di rossetto corallo le colorò il viso pallido. Infilò le scarpe comode per il viaggio. Doveva poter stare al passo con lui, che era così agile, così naturale nella sua andatura sportiva.
Sì, sarebbe andata incontro decisa all’unica parte sincera di quello spicchio di tempo, dove poteva esprimere i pensieri con il corpo. Il corpo non mente, parla un linguaggio archetipico, che l’altro corpo capisce. In una serie di giorni tutti uguali, sovrastruttura dopo sovrastruttura, tutto era diventato menzogna, ogni muro ogni mobile ogni respiro erano uno schema precostituito.
Via, via, aveva bisogno di verità, di lacrime, di sospiri, di parole d’amore.
Un bip le segnalò l’arrivo di un messaggio whatsapp. Proveniva da un contatto salvato come Sconosciuto.
Sorrise all’emoticon di due cuori con una valigia in mano. Per la prima volta, da quando lo aveva conosciuto, non cancellò il messaggio. Rispose: “Sto arrivando”.
La porta si richiuse dietro di lei con un lieve cigolio.

Colonna sonora Shine on you crazy diamond

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Il bianco, il nero

2016 Antropomorfismi con profiloAntropomorfismi con profilo – Giuse Iannello

Noi siamo l’ombra
che abbaglia la luce

Noi  profili di corpi e di teste
che si accoppiano per non morire

Noi non-colore che vibra
noi insetti in nuce.

Noi la notte prima delle feste
fiori cangianti dal lento sfiorire.

 

 

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