Ad Alessandro

Era alto più o meno come me, tanto che regolava le stampelle su di sé, prima di portarmele. Si affacciava sorridendo al lungo corridoio, l’andatura ondeggiante, con le stampelle sottobraccio.
La prima volta che l’avevo visto avevo avuto l’impressione di averlo già conosciuto, ma non avrei saputo dire esattamente dove, né quando. Era tuttavia altamente improbabile, vista la differenza d’età e di interessi, oltre al fatto che abitavamo in città diverse . Avevamo però in comune la passione per la lettura, fu grazie al suo prestito di “Morte a Firenze” che conobbi Marco Vichi e le indagini del Commissario Bordelli. Ridemmo a lungo su questo cognome, battuta su battuta. Aveva un sorriso incantevole, gli occhi buoni e la divisa che sapeva di bucato.
Prese a portarmi uno dei suoi libri un paio di volte alla settimana, così la degenza, che percepivo come una lunga prigionia, mi sembrò meno pesante.
Ci sono persone che passano nella vita come meteore e sembrano non incidere affatto sul corso degli eventi. Eppure, stamattina tutto questo mi è tornato in mente, solo per un movimento maldestro del piede che stava per arrotolarsi nel filo dell’aspirapolvere. Forse avrei superato ugualmente quel periodo di merda, o forse no.
Gli dedico questa canzone dei Coldplay, che ascoltai per la prima volta sul suo cellulare.
Paradise – Coldplay

 

Annunci
Pubblicato in Farina del mio sacco, letteratura, Libri, racconti, scrittura | Contrassegnato , | Lascia un commento

Nel mutare del tempo

WP_20170409_052

 

Quello che può mutare

vorrei poter avere,

non cristallo di rocca,

non il duro diamante,

ma le tue fredde mani

da scaldare al fuoco

di possibili scelte.
Lava che la bocca

del vulcano muta,

non i ghiacciai eterni

che immutabili fanno

i giorni uguali ai giorni,

ma lava che ribolle

nel mutare del tempo.

Pubblicato in Farina del mio sacco, fotografia, poesia, quasipoesie | Lascia un commento

La morte come opera d’arte

i funerali dell'arte- Art funeral

ART FUNERAL, Andros, scultura e installazione,
presso AR.CO. Associazione culturale, giugno 2016, dove, forse, tutto ebbe inizio.

Ero molto indecisa se pubblicare o no questo articolo, nonostante l’avessi promesso direttamente ad Andros. Non mi piace la spettacolarizzazione della morte, non amo affatto la morte, però c’era un tacito accordo tra di noi, quello di non promettere cose che non avremmo potuto mantenere. Il fatto che lui non sia più qui a controllare non mi autorizza a sottrarmi a una promessa, fatta più che altro sull’onda dell’intuito e cercando in realtà di capire quali fossero le sue intenzioni per poter eventualmente interagire, per non chiudere uno dei suoi ultimi canali, ma pur sempre una promessa.
Non ho mai condiviso tutte le motivazioni contenute nell’ ”Elogio del suicidio”, che aveva precedentemente pubblicato (trovate qui la recensione), e neppure l’epilogo che Andros intendeva dare alla sua vita. Ha sempre conosciuto la mia posizione, l’ho detto a lui direttamente e scritto pubblicamente più volte.
Il suicidio è in un certo senso una performance-, mi disse lui in una chat.
-Il suicidio è l’esatto contrario della performance, è la vittoria dell’immobilità totale sul divenire dell’azione-, risposi io.
Adesso, a mente più fredda, e con quella punta di cattiveria che mi contraddistingue, tutto sommato non mi dispiace averlo involontariamente intralciato, aver “sporcato” una costruzione che nella sua mente avrebbe dovuto essere un cerchio perfetto che si chiudeva. La morte non è mai perfetta, in fondo è il fallimento di tutta l’architettura provvisoria che costituisce la vita.
Considero Andros l’artista più geniale che io abbia conosciuto, ma anche ai geni capita qualche défaillance, magari per ragioni che non dipendono da loro. La vita è una guerra e, come disse lui titolando una sua opera, “La guerra è una cosa scivolosa, non si contano i Caduti”.
L’ultima “performance” è stata, a mio parere, l’unica cosa totalmente sbagliata della sua produzione artistica. Mentirei se dicessi il contrario, e lui non ha mai sopportato i falsi e gli ipocriti, l’intero suo percorso artistico era teso a scardinare le ipocrisie e i tabù della nostra società. Ho compreso tutte le sue ragioni e ho sentito il suo dolore, dispiacendomene a lungo e profondamente, ma non sono ancora nelle condizioni emotive e intellettuali di approvarne la manifestazione, purtroppo.
Ciò che Andros ha voluto fare era la continuazione della morte descritta nel suo ultimo libro, “Amore e morte”, attraverso l’azione del suicidio vero e proprio. A volerlo guardare con i suoi occhi, questo è un progetto geniale, mai nessun artista era arrivato a tanto, alla totale identificazione della finzione artistica con la propria vita, e con la propria morte.
In parte ci è riuscito, in parte no, perché nella vita non è come nell’arte, dove un artista può avere l’intero controllo della propria opera. Nella vita si innestano relazioni imprevedibili che portano a interagire e a modificare quanto abbiamo progettato. Questa della morte come ultima opera d’arte è un’idea che viene da lontano, chissà da quanto ci pensava. Io lo scoprii per caso, durante una delle nostre chat:

19 gennaio 2019
-Non vuoi proprio fare una serata sul perché hai scelto la scultura come mezzo espressivo d’elezione e sul perché hai deciso di abbandonarla?-
-No, ormai mi sento lontano, e poi forse non saprei neanche più cosa rispondere a quelle due domande.-
-Davvero? A me incuriosisce molto questo argomento, ma anch’io, se dovessi dare una risposta alla prima domanda, sarei in difficoltà, anche se nel mio caso è più facile: ho una scarsa manualità pratica e mi piace poco sporcarmi le mani, per questo ho scelto la pittura, però sarebbe un bell’argomento.-
Diciamo più che altro che avrei talmente tanto da dire che non basterebbero tre ore. Per ogni domanda. Alla fine sarebbe un po’ come spiegare perché hai vissuto e perché hai smesso di farlo, non è semplice da raccontare.-
-Sarebbe davvero davvero affascinante, stupendo. Se posso dire la mia opinione, (tanto la dico) nel tuo caso, siccome penso che sei un bravissimo scultore ma che sei ancora più bravo come pittore, penso che tu abbia scelto la scultura perché è più viscerale. C’è una specie di energia che passa direttamente dal corpo ai materiali attraverso le mani. La pittura è più mediata, io credo. Mi viene in mente Pollock, per contro, ma per diventare interessante ha dovuto abbandonare i pennelli e affidarsi al corpo.-
Sì, tra le ragioni che mi hanno sempre spinto più verso la scultura c’è anche quella, è più viscerale, più passionale, forse persino più aggressiva, violenta, più vicina al mio modo di essere. E questo sia quando viene realizzata sia quando viene fruita. Ma sono davvero tanti i motivi.-
-Vero, anche quando viene fruita, la scultura dà più la sensazione di una realtà alternativa, forse anche perché rimanda al mito della creazione. Nella Bibbia Dio non dipinge un quadro, impasta l’argilla.-
Sì, il dio/scultore, è un tema antico quanto l’umanità.-
-Che bello Andros, dai…facciamola!-
-No, meglio di no.-
-Va bene…l’ho chiesto sull’onda dell’entusiasmo, ma già sapevo. Per questo ti avevo chiesto di continuare con le tue memorie, non tanto per la tua vita privata che può essere simile a quella di tanti altri uomini, ma proprio per il fatto che potresti unire la tua capacità analitica e narrativa alle competenze tecniche. Un bel testamento spirituale per chi verrà dopo di te e sceglierà di fare lo scultore.-
-Sì, capisco quello che dici, ma non credo di avere alcun testamento spirituale da tramandare. A chi verrà potrei solo lasciare l’esempio di cosa fare per costruire una vita sbagliata, per vivere di errori e arrivare al punto di non voler vivere più. Non mi sembra un grande insegnamento. Lascio insegnare a chi ha qualcosa di buono da dare.-
-Quel ragazzo di cui ti ho parlato, che segue i corsi di fenomenologia ma è al secondo anno di pittura, è entusiasta di quello che fa e che potrà fare, delle mostre a cui è stato invitato, insomma di tutto quello che riguarda il mondo dell’arte. Io ho cercato di fargli capire come vanno in realtà le cose, di solito, ma è anche giusto che lui ci creda e provi, infatti è così che mi ha risposto. E mi piace che sia così, credo che se anche fosse destinato al fallimento, sarebbe altrettanto infelice rinunciando a quello che sente di dover fare, se non di più.-
-Infatti il problema sta a monte, non bisognerebbe sentire il bisogno di dedicarsi all’arte, se non come hobby. Solo le persone ‘storte’ dedicano la propria vita all’arte, e in quanto persone storte continueranno a esserlo anche dedicandosi all’arte, e persino nel caso in cui l’arte dovesse premiarli e farli diventare ricchi e famosi. Guarda Murakami, ti sembra umana la sua esistenza? Artista ricco e famoso, fa una vita d’inferno, dorme per terra, non ha affetti, è costantemente incazzato e insoddisfatto… In un mondo perfetto non ci sarebbero persone storte, e quindi non ci sarebbero artisti. Ma il mondo non è perfetto, e quindi…-
-Ma neanche gli altri, i non-artisti, sono perfetti! Guardano alle cose che fanno gli artisti proprio perché questi hanno le capacità e il coraggio di mettere in mostra i propri lati oscuri, e vi si specchiano, riconoscono nelle opere d’arte le ossessioni che perseguitano anche loro, ma che non riescono a manifestare. Bisogna accettare come si è e, come dicevi all’inizio di questa chat, prenderla con filosofia e avere il coraggio di apportare qualche modifica quando è necessaria. Comunque quello che mi hai detto delle tue motivazioni ricalca in maniera impressionante le teorie di Ruben De Luca sul parallelo arte-serial killer che sto rileggendo in questo momento, non mi ricordo se ne parlavi anche tu nel tuo libro.-
Sì, è tutto una stortura. Sì, quel libro fa parte della mia bibliografia, però De Luca si spinge troppo oltre, dà troppo per scontato che ci sia un parallelismo tra le due figure, ma se vai a vedere, l’arte fatta dai serial killer è sempre estremamente scadente, persino al di sotto di quella di un artista della domenica.-
-No, non in quel senso, ma in quello inverso, cioè di come un artista proietti e realizzi i suoi istinti aggressivi (creatori) in un’opera d’arte anziché realizzare un crimine.
Ho appena ricopiato questo pezzo per la relazione di domenica: Ruben De Luca, criminologo e psicologo, sostiene che quello che accomuna l’artista e l’assassino seriale è l’intenzione creatrice che segue a una distruzione. L’artista e il criminale seguono lo stesso percorso, con risultati diametralmente opposti: l’uno dà la vita (all’opera), l’altro la toglie (alle vittime).
Questo tuo ultimo periodo è davvero illuminante, appena sarai morto ne scriverò in un articolo, sappilo.-
-Ah sì, quello può essere, l’ho sempre detto che l’arte ha in sé anche la distruzione. Chissà cosa scriverai! Meno male che sarò morto…Titolo ‘La brutta fine di un artista!’-
-No, non sarà quello il titolo, potrebbe essere “La morte come opera d’arte”. Ce l’ho già tutto in testa.-
-In effetti, è quello che sto tentando di fare, rendere artistica la mia morte.-
-Sì, certo, allora penso di aver visto giusto: stai distruggendo tutto quello che hai costruito e, visto che non vuoi più creare niente di alternativo, l’unico modo per non rifare quello che hai già fatto è creare qualcosa di nuovo e definitivo: morire consapevolmente, decidendo gli eventi come si progetta un’opera d’arte. Ciclo distruzione, creazione= crimine (contro te stesso). Però ricalca più il processo del crimine, che non quello artistico, che si conclude sempre con la nascita.-
Qualsiasi creazione presuppone una distruzione, l’ho anche scritto nel saggio. Qualcosa nascerà anche dalla mia distruzione, anche se nessuno può sapere in anticipo cosa. Un richiamo all’arte inattesa, in un certo senso. Intanto nascerà il tuo articolo. Poi chissà cos’altro…
Bisogna intendere l’arte in un senso più ampio.-
-Non può essere arte inattesa, ormai lo sanno tutti, l’hai pubblicato su un social. Nelle tue vecchie performance facevi interventi davvero inaspettati. Stai rivalutando Bourriaud?-
-No, inatteso è l’effetto della mia distruzione, non la mia distruzione. Bourriaud è e rimane un coglione. Non mi riferisco all’arte relazionale, la morte non può essere relazionale per definizione. Casomai l’opposto, la negazione della relazione. Penso a causa effetto, e l’effetto non posso prevederlo neanche io. Mi sa che mi capisco solo io a questo punto… sembrano deliri… Forse quando leggerai il libro sarà un po’ più chiaro…-
-Ok, aspetterò di leggere il libro prima di pubblicare l’articolo, grazie di avermi avvisata. Vero è che la morte è la negazione della relazione con gli altri, ma in caso di una morte scelta e annunciata, in parte anche in quelle naturali, intorno all’evento si mettono in moto un sacco di relazioni molto interessanti.-
Si tratta di un evento alla fine, la morte è un evento, facciamo che sia un evento artistico.

Mi piace chiudere questo articolo con l’incipit della sua autobiografia mai pubblicata, di cui leggeremo qualche stralcio durante “Parola d’artista . La scultura di Andros” che l’Associazione Evuz Art, di cui Andros faceva parte, gli dedicherà il 27 aprile prossimo.
È un incipit che sa di inno alla vita, ricco di profumi e di colori, appena venato, alla fine, di una lieve tristezza per la sua impermanenza.
Il suono della matita, il profumo dei materiali, il calore dei colori, lo stupore della riuscita, l’emozione del momento, il rumore della pioggia, il tepore del primo sole, la carezza della brezza, i brividi della musica, il piacere del capire, la dolcezza di alcune parole, la perfezione di alcune forme, l’illusione dell’amore, il sapore delle donne, il ricordo di ciò che è stato e mai più sarà. Questo è tutto.”

Andros, Autobiografia inedita

Andros è nato il 7 marzo 1966, è presumibilmente morto il 5 marzo 2019.

Pubblicato in arte, arte contemporanea, scrittura, scultura | Contrassegnato , , , | 1 commento

Contrasti – Nuove prospettive, mostra di arti visive – Call for artists — EVUZ ART

La Nuova Sotterranea del Castello Sforzesco di Vigevano, fotografata durante la mostra “Pelle”. Vai al link Youtube Pelle, la mostra del 2017 La collettiva “Contrasti – Nuove prospettive”, organizzata dall’Associazione Evuz Art Odv- Ets, con il supporto di Rete Cultura Vigevano e del Comune di Vigevano, […]

via Contrasti – Nuove prospettive, mostra di arti visive – Call for artists — EVUZ ART

Citazione | Pubblicato il di | Lascia un commento

Follia e arte in relazione all’opera di Adolf Hitler – 3a parte

Il rapporto tra arte, genialità e follia è molto stretto, ma a volte frutto di luoghi comuni. Secondo 45 studi dagli anni 70 ad oggi l’oggettiva realtà sociale è leggermente differente. Secondo questi studi il 20/25% della popolazione soffre di disturbi psichici; in particolare Adele Juda pubblicò nel 1949 uno studio su 113 artisti tedeschi e sui loro familiari, in totale 5.000 persone.I due terzi degli artisti erano mentalmente sani, quindi circa il 33% aveva problemi psichici, contro il 25% della popolazione non creativa. Il 50 % dei poeti fu ritenuto anormale da un punto di vista psichiatrico, contro il 38% dei musicisti, il 20% dei pittori, il 18% degli scultori e il 17% degli architetti. È molto probabile che la convinzione diffusa che i creativi siano più folli delle altre categorie di persone, sia dovuta al fatto che questi personaggi hanno di solito una visibilità maggiore e se ne conosce quindi nel dettaglio la biografia.
Lungi dall’essere manifestazione di follia, a volte l’arte può essere curativa e rappresentare il mezzo attraverso cui esprimere tensioni e pulsioni irrazionali, trasformandoli in comunicazione, bella o brutta che sia.
Quando sono stata invitata a fare da relatrice in questo contesto, mi è stato chiesto di parlare dell’espressione pittorica di Hitler. Ecco, direi che il modo più corretto per definire il suo lavoro è forma di comunicazione, ma si situa molto lontano dall’arte come la intendo io. Adolf Hitler tentò per ben due volte, senza successo, l’ammissione all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Fu ritenuto inadatto a fare il pittore, e indirizzato verso la carriera di architetto. Purtroppo, anche questa strada gli fu preclusa, perché non era riuscito a completare gli studi obbligatori necessari per essere ammesso alla facoltà. Nonostante questo, durante gli anni giovanili del suo soggiorno a Vienna si mantenne dipingendo i grigi paesaggi che vedete, piccole cartoline, dipinti da capoletto a carattere sacro per novelli sposi. Nella sua opera pittorica, a mio avviso, non si può ravvisare alcuna follia, né eccezionale malvagità.

L’unico dipinto di qualche interesse per la nostra ricerca è quello scelto da Vittorio Sgarbi per la sua mostra sulla follia. Il critico lo definisce “una cagata”, ma secondo me è l’unico che comunichi una qualche espressività. Probabilmente non finito, mostra una serie infinita di aperture in un lungo corridoio, ma tutte portano a una porta chiusa, quasi la prefigurazione della triste fine del tiranno in un bunker. La donna, in piedi, vestita di tutto punto, con la borsa in mano come se stesse per uscire, guarda ma non comunica con l’uomo seduto. L’uomo è seduto dietro a un tavolino che lo isola dal resto della scena e lo protegge, diviene simbolo di un potere come lo era il ruolo di  doganiere per il padre Alois. Egli guarda in un punto indefinito in direzione dell’osservatore e tutta la scena contiene qualcosa di estremamente irreale e di vuoto, la mancanza di amore si percepisce ovunque, e il rosso sangue del pavimento non basta a scaldare l’ambiente.
donna e uomo corridoio
Per il resto della sua produzione risulta un pittore addirittura banale, ma come Hannah Arendt sostiene, una caratteristica del male può essere proprio la banalità.
Adolf Hitler soffriva di parecchi disturbi psichici e azzardo che, se la sua volontà creatrice fosse sfociata nell’attività artistica anziché nella gestione del potere, il destino di tutti, e specialmente dei milioni di ebrei morti nei campi di sterminio che stiamo commemorando oggi, sarebbe stato molto diverso.
ll 24 aprile 1936 la stampa tedesca annuncia l’uscita di una raccolta di acquerelli; il 24 aprile 1936 Il Volkischer Beobachter scrive che “l’artisticità è alla radice del suo sviluppo come politico e come uomo di Stato, (…) Egli ha dato al termine politica il senso di una costruzione e a questo non poté pervenire se non perché la sua idea politica si era sviluppata sulla base delle conoscenze ricavate da un’attività artistica di cui ha fatto personalmente esperienza creativa”.
Gli psicologi che studiarono il Hitler, per conto dei servizi segreti americani durante la guerra e anche successivamente, danno l’immagine di un uomo megalomane e insicuro nello stesso tempo. Definirono Hitler uno psicopatico, affetto verosimilmente da schizofrenia paranoide, probabilmente impotente, omosessuale represso, con tendenze suicide. Freud ebbe a che fare con Hitler bambino: interpellato da Bloch per le allucinazioni che Hitler aveva, consigliò un trattamento psichiatrico ospedaliero, suggerimento che il padre Alois non accettò. .
Secondo gli studiosi era probabilmente affetto dal complesso di Edipo, da un contrasto insanabile con il padre che mai lo riconobbe, aggravato dalla nascita di un fratello che allontanarono la madre , necessariamente proiettata verso il nuovo nato. Morta di cancro la madre, la paura di ammalarsi della stessa malattia fu una delle sue ossessioni. Erich Fromm parlò della sua necrofilia della passione del trasformare tutto ciò che è vivo in non-vivo. Secondo gli studiosi il senso di impotenza provato a causa delle umiliazioni subite da parte del padre, trasformarono la volontà distruttiva della vita umana in assoluta indifferenza al male.Tuttavia il dottor Theodor Morrel, il suo medico curante ai tempi del Reich, lo definì sempre capace di intendere e di volere. È per noi liberatorio pensare che sia un folle e che una schiera di psicolabili l’abbia seguito inconsapevolmente, ma probabilmente non è così. 
        Theodor Adorno sosteneva che “ogni opera d’arte è un crimine non commesso”.
Ruben De Luca, criminologo e psicologo, ritiene che quello che accomuna l’artista e l’assassino seriale è l’intenzione creatrice che segue a una distruzione. L’artista e il criminale seguono lo stesso percorso, con risultati diametralmente opposti: l’uno dà la vita (all’opera), l’altro la toglie (alle vittime).
Entrambi, secondo il criminologo,attraversano queste fasi:
 Fase aurorale: “entrambi si ritirano nel loro mondo interiore (…) la fantasia ha il predominio sulla realtà”. Fase di puntamento-eccitamento: “rientrano nel mondo reale per realizzare le loro fantasie”. Fase seduttiva: “il serial killer avvicina la vittima (…) l’artista accarezza l’idea creativa”. Fase di cattura-preparatoria: riti simbolici, scelta dell’arma e cattura della vittima, scelta del materiale e cattura dell’ispirazione per l’artista. Fase omicidiaria-creativa: omicidio, creazione dell’opera. Fase totemica: il feticcio, corpo o opera, è osservato e, in seguito, ricordato per rievocare le sensazioni di piacere e soddisfazione vissute. Fase depressiva: il ricordo non è più molto vivo e si ricomincia il ciclo che porta alla creazione di una nuova opera o di un altro omicidio.
Nonostante queste affinità dal punto di vista del processo “creativo”, esistono pochissimi criminali che abbiano una discreta tecnica. Molti di loro, dopo la cattura, iniziano a dipingere proprio per sopperire all’impossibilità di sfogare la propria aggressività, ma questo non assicura qualità alle loro opere, che sono quasi sempre scarse da questo punto di vista. Fra i pochi che si possono salvare c’è Nicolas Claux, il cosiddetto “vampiro di Parigi”, dotato di una buona tecnica.
Ruben De Luca, Omicidio e artista
Hannah Arendt pensa che l’opposto del pensiero non sia la stupidità, ma la malvagità. “Il male può essere mostruoso, ma eseguito da persone banali nella loro “normalità”. Non ha alcunché di demoniaco, ma può invadere e devastare il mondo intero. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità. Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

Bibliografia:

La banalità del male” di Hannah Arendt
Storia dell’artista dal paleolitico a stamattina” di Andros
Wikipedia alle voci: Follia, Dipinti di Adolf Hitler, Arte degenerata
www.stilearte.it: Adolf Hitler, pittore e architetto, Analisi della pittura di Hitler, Entartete kunst
www.finestresullarte.it: Entartete kunst
Milano Reupublica- cronaca



Pubblicato in arte, scrittura | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 2 commenti

Follia e arte in relazione all’opera di Adolf Hitler – 2a parte

Il concetto di follia varia molto a seconda della cultura e del tempo. Nell’antichità il folle era considerato una voce degli dei, da analizzare e da comprendere; nel Medioevo divenne manifestazione demoniaca, quindi da curare con ogni mezzo e , se era il caso, da sopprimere. Nel Rinascimento è indicativo l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, nel quale il folle è considerato una persona diversa, che andava rispettata e lasciato libera. Nel XVIII secolo i matti erano addirittura detenuti nelle carceri, ma ai primi del ‘900 Freud e Jung indicarono la psicoterapia per il superamento dei problemi psichici. In tempi più vicini a noi, ricordiamo l’orrore dei manicomi, che furono aboliti dalla legge Basaglia. Oggi si preferisce parlare di devianza o alienazione.

Tanto per tornare al nostro argomento, ossia la relazione tra arte e follia, ho preso in considerazione alcuni artisti che hanno avuto problemi psichici, le cui opere trasmettono sicuramente un senso di angoscia, ma non dimentichiamo che uno dei compiti dell’arte è quello di scardinare finte certezze ed eventualmente ribaltare luoghi comuni.

Francisco_de_Goya,_Saturno_devorando_a_su_hijo_(1819-1823)
“Saturno che divora i suoi figli”, di Francisco Goya, è un’opera del 1821/1823, che fa parte delle cosiddette Pitture nere, che erano dipinti a olio su intonaco realizzati sulle pareti della sua casa, la cosiddetta “quinta del sordo”. Nell’ultimo periodo della sua vita, infatti, Goya aveva cambiato decisamente stile, influenzato dal suo stato di salute Si presume fosse stato colpito da intossicazione da piombo probabilmente dovuta ai colori che usava perché aveva l’abitudine di inumidire i pennelli in bocca. Soffriva di forti emicranie, disturbi visivi, e nel 1793 si temette addirittura per la sua vita. Superò la crisi acuta, ma gli rimase una sordità da cui non si riprese e acuì la sua depressione. In questo dipinto alcuni critici vedono il conflitto tra vecchiaia e gioventù, il tempo come divoratore di ogni cosa, la Spagna che divorava i suoi figli migliori in guerre e rivoluzioni, o, più in generale, la condizione umana nei tempi moderni; altre interpretazione vedono riferimenti alla politica del tempo.
Autoritratto con orecchio mozzato - Vincent Van Gogh
“Autoritratto con l’orecchio bendato e “campo di grano con volo di corvi ” sono dipinti di Vincent Vang Gogh. Egli perfeziona la sua passione per la pittura relativamente tardi, ma ben preso diviene la sua unica ragione di vita; l’ansia di capire sé stesso, la ricerca di un nuovo stile che si allontanasse dall’impressionismo, l’ insuccesso presso i contemporanei con relative difficoltà economiche causò in lui una profonda depressione, acuita dall’isolamento e dall’incomprensione degli altri. Solo il fratello Theo, con cui Vincent intrattenne una fitta corrispondenza, lo capì pienamente.
La depressione sfociò presto in crisi, durante le quali Van Gogh perdeva la percezione della realtà, che lo portarono dapprima, appunto, a tagliarsi l’orecchio, e in seguito a spararsi un colpo di pistola. Quest’ultimo punto è però molto controverso, ci sono attualmente ipotesi che attribuiscono a due ragazzi armati la responsabilità del colpo di pistola che mise fine alla sua vita.
L'urlo di Evard Much 1893
Il quadro di Edvard Munch, Il grido, trasmette tutta l’angoscia esistenziale del suo autore, che si ritiene fosse affetto da una sindrome schizoide. Munch stesso descrive così l’antefatto del dipinto: “Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.”
Nel caso di questi pittori si può parlare di disturbi psichici, ma certamente non di follia. Tutti erano ben consapevoli dei soggetti scelti, dello stile e degli obiettivi pittorici che volevano raggiungere. Erano colti e artisticamente raffinati, quindi qualcosa di molto lontano dall’immagine del folle in preda a istinti che non è in grado di governare.
Per eseguire un’opera d’arte che abbia presupposti concettuali o che persegua una ricerca stilistica, occorre un cervello con una visione lucida, che utilizzi tutti gli strumenti cognitivi, quindi logico-matematici, e creativi di cui dispone. In ogni caso, credo che l’artista debba cedere momentaneamente la razionalità nel momento della creazione per potersi aprire a suggestioni inusuali, guardare la realtà con occhi diversi, creare connessioni nuove, ma questo modo di essere non è certo follia, a mio parere. Petrarca afferma che non esiste ingegno se non mescolato alla follia.
Antonio Ligabue
Antonio Ligabue è forse l’esempio che più si avvicina all’idea di follia che si ha comunemente. Nell’arte trovò sollievo ai suoi problemi psichici. L’eziologia della sua malattia non fu chiara all’epoca e sicuramente non lo sarebbe neanche ora, ma probabilmente alcuni problemi vanno cercati nella sensazione di disadattamento familiare che accompagnò tutta la sua giovinezza, nella quale non si sentì mai completamente accettato dal patrigno e dalle famiglie nelle quali fu accolto. La sua pittura è istintiva e potente, trasmette l’idea di forti conflitti nel mondo animale, raffigurando di preferenza lotte per la sopravvivenza, molto cruente, tra specie diverse.
(continua…)


Bibliografia:
La banalità del male” di Hannah Arendt
Storia dell’artista dal paleolitico a stamattina” di Andros
Wikipedia alle voci: Follia, Dipinti di Adolf Hitler, Arte degenerata
www.stilearte.it: Adolf Hitler, pittore e architetto, Analisi della pittura di Hitler, Entartete kunst
www.finestresullarte.it: Entartete kunst

Pubblicato in arte, scrittura | Contrassegnato , , , , , , , , | 4 commenti

Follia e arte in relazione all’opera di Adolf Hitler – 1a parte

In occasione della Giornata della memoria del 27 gennaio scorso, sono stata invitata da Mariateresa Bocca, organizzatrice dell’evento “Il silenzio di Dio” a evidenziare eventuali  connessioni tra la follia di Adolf Hitler e le sue opere pittoriche.
Pubblico la sintesi del mio intervento presso l’Auditorium San Dionigi di Vigevano in tale occasione.hitler e goering visitano la mstra di monaco
Il 19 luglio 1937 Adolf Hitler inaugurava, a Monaco di Baviera, l’Entartete Kunst, la mostra dell’arte degenerata. Hitler ritenne degenerata tutta l’arte moderna (il dadaismo, il primitivismo, il cubismo) ma anche l’ impressionismo e il post-impressionismo; molti capolavori del ‘900 furono esposti al pubblico ludibrio. Gli apparati di regime, Goebbels in testa, sequestrarono più di seimila opere nei musei tedeschi. nelle collezioni private e presso i mercanti ebrei. Goebbels, inizialmente un appassionato di astrattismo, cambiò velocemente opinione seguendo le indicazioni del Führer. Presidente della Camera dell’arte era Adolf Ziegler, uno dei pittori preferiti da Hitler.
i quattro elementi di adolf ziegler
L’opera “I quattro elementi” campeggiava sopra il camino di casa sua ed esprimeva tutti i valori cui si ispirava l’estetica nazista: la purezza e la perfezione della razza ariana, quindi culto del corpo, imponenza, bellezza, benessere, unità razziale e culturale, forza militare. Questi canoni rappresentavano le linee-guida per la “ Grande mostra dell’arte tedesca”, inaugurata il giorno prima; avrebbe dovuto celebrare la superiorità di questo tipo di arte, ma ebbe un quarto dei visitatori dell’altra, che rimane una delle mostre più visitate di sempre.
Hadolf Hitler riteneva di avere grande competenza in questo campo, essendosi sempre sentito artista. Disse all’ambasciatore britannico Neville Henderson: “Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia la vita come un artista”. Quindi, aveva un’idea tutta sua di arte come degenerazione, come follia decadente.
Sul volantino preparato per reclamizzare l’evento erano riportati questi giudizi:
Tele torturate – Degrado mentale – Fantasie malate – Incompetenti malati di mente – Prodotti e produttori di un’“arte” premiata dalle cricche degli ebrei ed apprezzata dai letterati, comprata dallo Stato e dalle città sperperando milioni delle risorse nazionali mentre artisti del popolo tedesco morivano di fame. Ecco: come era quello Stato, tale era la sua arte. Venite a vedere! Giudicate voi stessi! Visitate la mostra “Entartete Kunst”. Ingresso libero. Vietato ai giovani.
volantino-e-catalogo-entartete-kunst
Ma che cos’è la follia? Il termine deriva dal latino follis, che significa mantice, ma anche vuoto, quindi per estensione era passato ad indicare le teste piene d’aria, quindi instabili, folli. Si ritiene che sia una risposta al mancato adattamento alle convenzioni sociali e alle regole, per cui insorgono devianze che tendono ad escludere il soggetto dalla società. Tra le più diffuse vi è la scissione, ovvero l’interpretazione alterata della realtà per uscire fuori dal mondo (schizofrenia); la fuga come distacco graduale dal mondo, dagli affetti, dalle relazioni e dagli interessi sociali (depressione); le ossessioni, i ritualismi e la maniacalità del potere. Chissà perchè questo ultimo punto ci porta direttamente al nostro Adolf…

(continua….)

Bibliografia:
“La banalità del male” di Hannah Arendt
“Storia dell’artista dal paleolitico a stamattina” di Andros
Wikipedia alle voci: Follia, Dipinti di Adolf Hitler, Arte degenerata
http://www.stilearte.it: Adolf Hitler, pittore e architetto, Analisi della pittura di Hitler, Entartete kunst
http://www.finestresullarte.it: Entartete kunst

Pubblicato in arte, scrittura | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento