Non ti avvicinare

Cr. ph. Lorenzo Lucatelli per il b/n, sconosciuto per le altre

Dello spettacolo teatrale “Non ti avvicinare”, scritto, diretto e musicato da Valerio Incerto, abbiamo già abbondantemente detto sui vari social dell’Associazione Evuz Art che lo ha patrocinato.
Vogliamo però parlare nel dettaglio della scenografia di Samantha Bonanno, socia di Evuz Art, che pure si lega alla trama recitata da Claudio Taroppi, Daniela Colombi, Maurizio Donati e sottolineata musicalmente da Mauro Magani: un intreccio ordinato e irregolare di fili rossi che si tendevano da un lato all’altro della Sotterranea vecchia del Castello di Vigevano a formare spazi irregolari , contigui eppure separati dalla fune stessa.
Una vera e propria installazione minimalista, e proprio per questo estremamente efficace nel comunicare il proprio messaggio. metafora dello spazio in cui ci troviamo a muoverci noi esseri umani, vicini e distanti a seconda del momento, eppure in qualche modo sempre separati gli uni dagli altri. Il destino, che nella trama di Valerio Incerto assume l’aspetto di un antropologo ossessionato dalla prossemica, ci porta ad avvicinarci allo spazio vitale di un’altra persona, a entrare momentaneamente in sintonia con il suo vissuto, i suoi pensieri, i suoi sentimenti. Eppure quel tenace filo rosso diviso in losanghe irregolari separa irreparabilmente, stabilisce i confini tra l’Io e il prossimo. Come i porcospini di Schopenhauer, cerchiamo il giusto compromesso tra il bisogno di calore e la necessità di non farsi male.
Forse solo l’amore può scavalcare queste invisibili eppure concrete barriere, anche se per brevi periodi, ma non è facile accettare di rendersi vulnerabili, di annullare le distanze.

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La scelta dell’Angelo


cr.ph. Lorenzo Lucatelli

Riporto il testo della performance teatrale “La scelta dell’Angelo”, splendidamente interpretata da Elisabetta Ubezio e Claudio Taroppi il 28 settembre presso la Sala del Duca del Castello Sforzesco di Vigevano. È stata creata in occasione del Festival delle trasformazioni 2019, organizzato da Rete Cultura in sinergia con le altre Associazioni culturali di Vigevano tra cui Evuz Art di cui faccio parte.
Il brano di Valerio Incerto “Benny Incastro” ha arricchito musicalmente l’evento.
La performance è liberamente ispirata alla scena dell’incontro nel film “Il Cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, nel quale un innamorato angelo Damiel decide di incarnarsi per amore di Marion.

LA SCELTA DELL’ANGEL0

DAMIEL: Mentre ti guardavo da lassù, dai tetti di Berlino, la tua fragilità e la tua solitudine erano diventate le mie. A un certo punto mi sono reso conto che ti amavo più di chiunque altro abbia mai amato, più intensamente di quanto uno di noi dovrebbe amare un umano. Noi non possiamo interagire con la vostra vita, ma vediamo le vostre pene, osserviamo i piaceri che vi derivano dalla carne, quella carne che da fonte di piacere diventa peso man mano che passano gli anni. Ti ho amato tanto da non saper distinguere dove finiva il mio dolore e dove iniziava il tuo. Così forte, ti ho amato, da sentire ogni tuo desiderio appartenermi, cosi tanto da godere con te quando godevi, da soffrire con te quando la vita ti feriva.

MARION: Ero sola. Sono sempre stata sola, anche quando stavo con qualcuno ero sola. I miei pensieri, i miei sentimenti profondi non riuscivano a uscire dalla mia testa, solo il mio corpo parlava un poco, ma era un modo sommesso e unilaterale di amare l’altro, senza riuscire a perdermi. Ero paesaggio distante immerso nella nebbia, ero acqua che scorreva senza squillante allegria.
Poi ti ho incontrato e ti ho riconosciuto: sei tu, sei solo tu l’uomo che aspettavo, ma forse non sei abbastanza uomo. Quello che di angelico c’è in te ci separa, non ti sento nella luce che ti circonda, sono troppo in ombra per vederti con chiarezza. Eppure sento di appartenerti dalla notte dei tempi come diresti tu, di essere la tua donna da sempre.

D. Possono due spiriti sovrapporsi talmente da generare materia di un terzo tipo? Io lo penso, questa esperienza l’ho vissuta al punto che ora non riesco a separare la mia luce dalla tua.
Piano piano ho desiderato di entrare nella carne, nonostante sapessi che questo avrebbe significato la perdita dell’immortalità, ho desiderato fondermi in te non solo come ombra di luce, ma con un corpo vero che fosse in grado di sentire il tuo corpo, con uno sguardo che si perdesse nel verde dei tuoi occhi, con due mani capaci di prendere le tue dita e sentirle una ad una, facendo rotolare ogni spigolo osseo e ogni rotondità di carne tra le mie.

M. Deciditi, Damiel, devi prendere una decisione o io sprofonderò nella mia ombra senza vedere il chiarore della tua luce e saremo distanti, per sempre. Lo senti come siamo connessi? Io ascolto le tue vibrazioni d’amore e mi faccio strumento di musica, mi apro completamente a te, fino in fondo mi apro al tuo desiderio e voglio accoglierti in me, accoglierti tutto intero, anima e corpo. Senti la vita che mi scorre dentro? È il calore del sangue, che trascina nel percorso vette irraggiungibili di piacere, ma anche picchi di dolore che neanche puoi immaginare, è giusto che tu sappia.

D. Non mi bastava più seguire le vicende di Hans lo spazzino e Frieda la giornalaia e tornare da te ogni tanto; avevo bisogno di tenerti sott’occhio ogni momento, di sapere dov’eri, con chi dividevi il tuo sguardo; ho cominciato a provare, insieme all’amore, un altro sentimento umano che nulla ha di angelico, e iniziato a invidiare chi sentiva il profumo della tua pelle mentre fendevi l’aria con il tuo corpo, chi rispondeva al tuo sorriso con un altro sorriso. Benché lo spirito non abbia peso, ho sentito tutta la pesantezza della mia condizione, l’assenza del piacere intenso e caduco che deriva dai sensi. Assurdamente ho cominciato a detestare l’eterna beatitudine a cui ero condannato dalla notte dei tempi, e la consapevolezza dell’incompatibilità della mia condizione con la tua annienta qualsiasi altro pensiero. Non riesco più a sopportare che tu possa sognare, progettare, esibirti, e lo possa fare senza avermi accanto, fisicamente accanto, non come una presenza angelica che non vedi e non tocchi.

M. Deciditi Damiel, e saremo una cosa sola: due nuovi Adamo ed Eva, i progenitori di una genìa diversa, un armonico insieme di carne e di spirito. L’amore ci renderà immortali. Che cosa conta l’eternità se saremo universi interi e infiniti l’uno per l’altra?
Non è forse una dannazione perpetua non poter soddisfare il desiderio che ci spinge l’una verso l’altro? Non significa anche questo disobbedire ai piani dell’Amore eterno?
Io ti amo, Damiel, e sento che lo stesso sentimento mi arriva da te. Abbandona le ali, ti prego, e io ne cercherò di nuove e di diverse, per te e per me, più terrene, che possano farci realizzare il volo che entrambi vogliamo.

Legenda interpreti:
Damiel: Claudio Taroppi = D
Marion: Elisabetta Ubezio= M

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Arte come trasformazione: la scelta dell’angelo

EVUZ ART

ARTE
COME TRASFORMAZIONE: LA SCELTA DELL’ANGELO

In occasione del Festival delle trasformazioni della città di Vigevano, organizzato da Rete Cultura Vigevano, Evuz Art propone il seguente programma:

La
parola arte deriva dalla radice ariana “ar” che vuol dire
andare, mettersi in moto, muoversi verso qualcosa e, in senso
traslato, adattare, fare in maniera adeguata. La trasformazione è
quindi un aspetto implicito nel lavoro dell’artista, che cerca
incessantemente forme adatte a ciò che vuole esprimere: tras-forma
la materia attraverso il proprio fare, arte-fa, e proprio di questo
ci parlerà Domenico Spinosa, docente di estetica all’Accademia di
Brera.
Il suo intervento tratterà della forma-cinema a partire
dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders per
spaziare nel campo delle arti visive e della filosofia, mettendo a
confronto la figura dell’angelo nell’arte di Paul Klee e di Anselm
Kiefer e il pensiero di Benjamin Franklin.
Durante la relazione
sarà affiancato da…

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Il siero primordiale

20190830_154158 THE DOWRY- AN EVOLUTION HYPOTHESIS
Testavi la temperatura del latte con il gomito piegando appena il braccio, Il termometro era roba inutile per ricchi, e non era il nostro caso. Doveva essere intorno ai 36 gradi, la temperatura del corpo vivo. Allora spegnevi il fornello e aggiungevi il caglio. Piantavi un mestolo di legno rovesciato appoggiandolo al bordo del pentolone, avrebbe fatto da sentinella per sapere quando la cagliata era dura abbastanza da essere lavorata. In quella mezzoretta rassettavi svelta la cucina, con le mani abili e nervose passavi la spugna strizzata su ogni superficie libera; non faccio fatica a ricordarne la forma, sono le mie stesse mani.
Veniva quindi il momento di raccogliere la cagliata, il manico del mestolo si faceva spazio a fatica spezzando la cagliata. Rimettevi sul fuoco il pentolone e la raccoglievi a pezzi con le mani nude, strizzandoli per bene prima di sistemarli nelle fascette di vimini intrecciato. Io ti stavo vicina, sapevo che prima o poi mi avresti allungato un pezzetto di toma, ma non chiedevo.
Sarebbe stato inutile, anzi, controproducente. Quel boccone squisito che sottraevo alla forma definitiva che sarebbe diventata formaggio, significava meno companatico da mangiare in futuro, un bene prezioso. Imparai già da allora che i piaceri più intensi sono quelli rubati e che si pagano amaramente con conseguenze negative sul futuro.
Una volta raccolta la cagliata, era il turno della ricotta: al siero aggiungevi succo di limone e rigiravi l’intruglio sul fuoco con un rametto di fico. “Scendi a prenderlo”, dicevi, “e guarda che perda il latte quando lo spezzi.”
Pian piano la ricotta affiorava, la raccoglievi con la schiumarola e l’appoggiavi nelle fondine dopo avervi versato un po’ di siero e di pane pugliese a tocchetti. Quello sarebbe stato il nostro pranzo, uno squisito pranzo da re che pochissimi ormai possono permettersi.
Oggi mi manchi, mamma, due anni fa hai abbandonato per sempre questo siero primordiale dove la natura fa una cagliata dopo l’altra, buttando via alla fine quello che dopo la ricotta rimane.
Alcuni dicono frasi retoriche come “è salita in cielo” “è entrata nella schiera degli angeli” e una volta ci credevo anch’io. Vorrei tanto illudermi ancora, ma sono troppe le assenze, troppi i vuoti che non riesco a colmare se non con il ricordo, e pure quello, col tempo, tende a svanire.

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La scelta del simbolo nella rappresentazione artistica


THE DOWRY- A HYPOTHESIS OF EVOLUTION
LA DOTE (dettaglio)
L’artista è sempre alla ricerca di simboli che possano rappresentare al meglio il concetto che vuole esprimere. Deve condensare in un’unica immagine proprio quell’ idea, in modo che sia non dico l’unica possibile, ma comunque la più appropriata. Inevitabilmente va a pescare nel bagaglio di immagini che ha archiviato nella memoria, a volte consapevolmente, altre in modo più istintivo. Non è detto che riesca, anche perché spesso i simboli scelti hanno valenza molto personale, un po’ come succede nei sogni. Un’opera d’arte diventa un capolavoro quando molte persone riescono a entrare nel simbolo creato dall’artista, a riconoscersi, a partecipare al suo percorso.
Io, nel mio piccolo, posso indicarvi le immagini che ho richiamato alla memoria nel cercare il simbolo che rappresentasse la Grande Madre, la
fucina primigenia dell’evoluzione. Ho scelto un lenzuolo con determinate pieghe d’istinto, ma, riflettendoci, di sicuro questi due quadri non sono estranei alla mia scelta: La Vergine delle rocce di Leonardo e Per tua dote di Luigi Bocca.
Per quanto riguarda la possibilità che qualcun altro segua questo percorso mentale la vedo duretta…comunque ci ho provato. 😏

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Puoi amarmi ancora?

John Newman – Love me again

Sì, lo so, sono stata imperdonabile. Ti ho strappato il cuore, ti ho illuso che sarebbe stato per sempre. Per sempre, tutto ciò che accade una volta è per sempre, non lo sai?
Io vivo così intensamente che sono nel presente, sempre. Come potevo immaginare che il tuo per sempre avesse un metro così diverso?
Io sono grandine e tempesta, sole cocente e ombra che rinfresca, sono acqua che zampilla e fuoco che uccide. Io sono sempre me stessa, sono onda che travolge, sono luce che rischiara. Sono stata il tuo mattino, l’alba carica di promesse, ma ogni giorno ha il suo tramonto, sono anche crepuscolo che abbandona.
Ti ho lasciato nel passato, ma in questo istante ti penso, vorrei che mi amassi ancora una volta, una notte soltanto. Puoi amarmi ancora?

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I catalizzatori

Félix_Fénéon
Félix Fénéon, foto web

Ci sono persone, incontri e parole di persone, che mettono allo scoperto idee, sogni, visioni che l’artista ha già in sé ma a cui non è ancora riuscito a dare forma, visioni inconsapevoli e quindi irrealizzate. Un termine, una frase, diventano maieutiche facilitando il nascere di quelle idee.
Félix Fénéon diceva che il curatore deve fungere da catalizzatore, favorire la reazione chimica e, come il catalizzatore, in essa scomparire.
Tuttavia non è necessario l’incontro con un curatore, a volte l’input giusto può arrivare da qualcuno che fa un altro mestiere. È questione di lunghezze d’onda del pensiero, di empatia (parola abusata ma pienamente corrispondente a certi stati d’animo specchianti), è certamente questione di intelligenza dell’ interlocutore e della sua ricchezza interiore, che deborda al punto da potersi disperdere in mille altri rivoli e nutrire la fantasia di altri.
Ecco, io sono grata al destino, alla vita o al caso, non saprei, per averne incontrate alcune, in questo periodo del mio percorso: tanti Pollicino, a volte incondapevoli, che hanno lasciato sassi sulla mia strada. L’unico compito, merito da altro punto di vista, è avere il coraggio di raccoglierli e proseguire in quella direzione.

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