Il tempo della brina

Ph Credit Antonio BiagiottiRisultati immagini per  brina

Passerà il tempo della brina,
Amore mio,
stanne certo.

Soli splendenti mi sfioreranno
l’anca nel tuo letto
fiorito di rabbia e di parole.

Percorreremo insieme
le strade del dolore
d’essere ancora vivi,
sconteremo i peccati
gemendo nel  piacere.

Lunga è la via che
conduce all’assenza,
il tuo corpo bianco
la strada maestra.

Stella che arde
nel grigiore del mattino
-la mia bocca- spalancherà
l’inferno di terribile potenza.

Quando l’Amore ricorre
alla vita è vano, credimi,
opporgli resistenza.

Colonna sonora Amore che vieni Amore che vai

 

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FUORI STAGIONE

2008-nevicata sulla lancaNEVICATA SULLA LANCA – tecnica mista 70×75 Giuse Iannello

 

Copristi un seme -era d’autunno-
e dalla terra smossa
un germoglio sfidò il tempo.

A ottobre il vento lo cullava,
il sole sorrideva tenero
ai suoi verdi progressi.

Poi fu l’inverno, amico delle streghe,
e coprì tutto di bianco spessore.
Non si curò del tenero virgulto
la neve che il mondo pareggia.

-È ancora piccolo, gridasti risentito:
lascialo crescere, che diventi adulto,
che fiorisca e dia frutto.-

Rise di te la tramontana,
ti fischiò all’orecchio:

-Non lo sai dunque che ogni cosa
ha la giusta stagione?
C’è un tempo per nascere
e un altro per morire.

Solo gli uomini stupidi
piantano semi al freddo
credendo che l’amore li riscaldi.

Non basta amare per suscitare vita,
ci vuole terra calda
e il giovane sole che ad aprile rosseggia.

Risparmia le tue lacrime, stolto,
e lascia che il seme muoia.”

Le mani in tasca, il cuore al buio,
lasciasti alla neve il prigioniero.
Era soltanto un sogno,
ti convincesti infine.

La porta si richiuse alle tue spalle
lasciando fuori le speranze e il gelo.

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Epifanie posticipate – della virilità

ulisse Fehmiu Bekim nel ruolo di Ulisse

Si era svegliata alle 5,30 del mattino dopo aver fatto un sogno apparentemente tranquillo, neanche fosse un incubo da cui scuotersi. Allora aveva cominciato ad analizzarlo, chiedendosi cosa avesse di così inquietante. L’unica cosa che le si ripresentava alla mente era la corta minigonna di tessuto grigio tipo tweed che lui, l’uomo che aveva amato, indossava alla fine del sogno, durante un momento di relax. Dove aveva già visto quel gonnellino dal taglio essenziale, quasi maschile? All’improvviso la rivelazione: Ulisse, il mitico eroe la indossava! Appena trovato da Nausicaa, ripulito e accolto a corte, mentre raccontava come riuscì a salvare i compagni dalle grinfie di Polifemo.

“Le avventure di Ulisse” di Franco Rossi: può un’opera d’arte essere tanto potente da condizionare la vita di chi guarda? L’aveva vista da adolescente, rivista da giovane donna, assaporata da adulta: un insieme magico di suoni-immagini-parole scaturite dalla fantasia di un narratore a sua volta fantastico che aveva cambiato la sua vita. Da quel momento gli altri due sensi non impegnati, l’olfatto e il tatto, ma aggiungiamoci pure il sesto, erano stati impegnati per conto degli altre tre a cercare lui, il Maschio perfetto ai suoi occhi: la Testa, la scaltrezza, il Corpo, la sensualità, il pragmatismo, la trasgressione, la tradizione, la ricerca; insomma Ulisse, la Virilità incarnata. In ognuno degli uomini della sua vita aveva creduto di trovarne un pezzo, e ancora non smetteva di cercare. Era stata Nausicaa l’accogliente, Circe l’incantatrice, Penelope la sposa saggia e fedele.

Può un’opera d’arte condizionare la vita di chi guarda? Sì, decisamente può.
Le avventure di Ulisse, di Franco Rossi

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Di odori e fragranze

“Tutti abbiamo un odore che racconta chi siamo diventati e chi vorremmo essere.”
Paola Cereda in “Confessioni audaci di un ballerino di liscio”, Baldini & Castoldi ed.

   Ci sono odori che è difficile dimenticare e quasi impossibile definire con precisione, ma che riconosciamo immediatamente appena torniamo a respirarli: gli ospedali, le scuole, gli uffici comunali che somigliano alle scuole ma hanno qualcosa di più stantio, gli ambulatori veterinari, i panifici, le pasticcerie, i bar, le gastronomie, per non parlare delle pescherie o delle pizzerie. Le pizzerie sanno sì tutte di pizza, ma ognuna di loro ha un suo odore prevalente.  Le officine meccaniche, le farmacie, i bar. L’aroma del caffè, la buccia del mandarino, il ragù di carne che cuoce lentamente, il pesto, il vino che va in aceto. La gomma per cancellare, l’olietto diluente, l’acquaragia, la resina, le matite.

   Chi può scordare il profumo dell’erba appena tagliata, delle magnolie in fiore, delle rose di maggio e quello aspro di latte vegetale della pianta di fico, che diventa acido e marcescente quando i frutti cadono a terra in avanzato stato di maturazione? L’odore delle foglie autunnali impregnate di pioggia, della terra rivoltata nei campi, quello asettico della neve.

Alle elementari a volte avevo il privilegio di una barretta di cioccolato al latte e nocciole, in questo momento non ricordo la marca. Capitava solo raramente, non è che ci fosse troppo da scialare. Era avvolta in una stagnola dorata: la aprivo con religiosa attenzione, mangiavo il cioccolato lentamente durante la ricreazione e ripiegavo la cartina ritirandola sotto al ripiano del banco. Di tanto in tanto, durante le ore successive, la riaprivo e la annusavo, perdendomi beata nel suo profumo.

Le case hanno una propria emanazione olfattiva: una sa perpetuamente di broccoletti, un’altra di muffa, un’altra ancora di polvere, o di sapone di Marsiglia.
Gli animali hanno un sentore che è proprio della specie cui appartengono, ma ne hanno anche uno che è tipico di quello specifico esemplare. Chi ha avuto gatti, o cani, ma anche canarini, lo sa perfettamente.

L’odore fa parte della nostra identità e, come questa, è quanto di più difficile da auto-definire. Gli altri, in proposito, ne sanno sicuramente più di noi. Anche in base a questo ci si ama o ci si odia, non essendo neppure troppo consapevoli di  quanto incida il nostro naso nelle scelte di chi frequentare.

Un bambino  cui davo ripetizioni da ragazza aveva un afrore, nei capelli, che non ho più dimenticato: un sentore di peccato e di innocenza insieme, mescolato a quello tipico del cuoio capelluto. E come scordare l’odore di cipolla rosolata del magazziniere del calzaturificio dove ho lavorato per qualche tempo? Non so più il suo cognome, né quanti anni avesse, ma riconoscerei all’istante la scia non proprio piacevole delle sue ascelle.

Poi c’è l’alito, e quelle fragranze intime che conosci solo se con qualcuno ci hai fatto l’amore, o ci hai vissuto insieme: la puzza dei piedi, sì, anche quella è strettamente personale, il profumo del dopobarba che la pelle trasforma in qualcosa di diverso, l’afrore del sesso; la pelle dei neonati che sa di borotalco e burro, l’odore dei vecchi che sono stanchi di lavarsi. E c’è l’odore della morte, che si cerca di camuffare con accorgimenti tecnici di refrigerazione e omaggi floreali che impregnano le stanze dell’estremo commiato. Eppure i gigli  di quelle stanze hanno un che di soffocante, ben diverso dalla freschezza del negozio di fiori da cui provengono.

L’olfatto, tra i sensi, è forse quello più difficile da ingannare.

   La storia di Frank Saponara, dalla cui lettura partono queste mie riflessioni, è quella di un cinquantenne ballerino di liscio, tombeur de femmes e proprietario del dancing “Sorriso”, ed è anche la storia della ricerca del proprio odore, “l’odore della vita che scorre” e della propria identità. Paola Cereda l’attraversa con leggerezza e acume, accompagnandoci piacevolmente a scoprirli insieme a lui.

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Dietlind Kinzelmann, di arte e solitudine vitale

Dietlind Kinzelmann ritagliato

La lettera del 24 dicembre di Dietlind Kinzelmann e una fotografia della sua opera “Divinità del Sacro bosco in Nigeria”, cultura Yoruba, dove lei è stata.

Una piccola figura esile e colorata, uno sguardo curioso e partecipe : così mi è apparsa Dietlind Kinzelmann quando l’ho incontrata a Casa Merini, alla mostra “Seconda pelle”. Non sapevo ancora chi fosse, ma ha catturato da subito la mia attenzione, alla prima risposta. Le avevano chiesto che cosa le fosse piaciuto alla Biennale di Venezia.
“Non si va alla Biennale per vedere qualcosa di bello. Io ci vado ogni due anni, da quando ho diciotto anni, e vado per vedere lo stato del mondo. Perché, lo sai, noi che facciamo arte sentiamo prima degli altri come sta il mondo. In questa Biennale ho visto l’abbandono della gioia di vivere.” ha aggiunto durante una telefonata successiva all’incontro di ieri.
“Una sorta di disperazione?” ho chiesto.
“No, la disperazione sarebbe qualcosa di vivace, alla fine. È qualcosa di peggio, in tutti i Paesi. In Grecia hanno fatto un labirinto privo di luce, da cui la gente si affretta a uscire. In Germania, dove dovrebbero stare bene economicamente, si sente la mancanza della vita vera. In Russia è ancora peggio.”
“Non ti converrebbe ritornare in Germania?”
“Ho scelto di vivere in Italia trentacinque anni fa, ormai ho qui la mia casa, gli amici.”
Quando ieri ci siamo scambiate i biglietti da visita le ho chiesto il sito, se avesse Facebook, o altro.  Lei ha detto di no, che su internet c’è solo qualcosa di vecchio, di quando lavorava con le gallerie.
“Lavorare con le gallerie è una morte, devi fare quello che vogliono loro. Ho resistito per un po’, fino a quando sono riuscita  comprare una casa grande, bellissima, sul lago di Bolsena. Intorno a me ci sono solo prati e animali. Lì continuo a fare arte ma non più per le gallerie, lo faccio per me e per guadagnare il minimo indispensabile che mi permetta di vivere.”
“Che tipo di arte fai?
Sguardo incredulo dall’altra parte, mi fa capire che la domanda ha qualcosa di sbagliato.
“Io vivo le emozioni, la vita, e poi le trasformo in arte. Non mi interessa definire che arte faccio. La definizione è per il mercato, tutto il resto è mercato. Ti dico solo che faccio opere grandi, perché io sono piccola e farei fatica a creare cose piccole.”
“Posso chiederti quanti anni hai?” chiede un’amica presente all’incontro.
“Perché mi fai questa domanda? Gli uomini chiedono l’età, non le donne…”, ma alla fine gliel’ha detta, e chi l’accompagnava ha aggiunto che, nonostante gli anni non siano pochi, non rinuncerà a un imminente viaggio nel deserto, da sola.
“Come faccio a contattarti, non hai mail, non hai niente.”
“Tu dici niente, per me niente è tutto quello che non ha a che fare con quello che mi serve. Ho un vecchio cellulare, scrivo tante lettere. Scrivimene una, quando avrai parlato di me.”
“Sì, va bene”, ma un’ansia sottile mi ha presa nel momento stesso in cui le ho risposto…da quanti anni non scrivo una lettera? Siamo abituati al tutto a portata di mano e che sia subito, alla correzione veloce, alla spedizione istantanea.
“Ho lasciato detto a … di contattarvi, di dare uno dei miei libri a te e uno alla tua amica. …Lei sa quale dei due è destinato a te.”
Ci sono persone, mondi e pianeti diversi con cui si entra in contatto, mondi che si incontrano perché sono misteriosamente collocati sulla nostra stessa orbita.


E niente, ho appena scoperto che oggi è il suo compleanno. Auguri, Dietlind!

 

 ERRATA CORRIGE

Nella lettera autografa di cui ho pubblicato la foto di uno stralcio, Dietlind fa la seguente rettifica che mi sembra importante sottolineare:
“Avevo detto “le gallerie sono la morte” ma dovevo dire “le gallerie sono il mercato”.  Non vorrei giudicare così generalmente.


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SECONDA PELLE

locandina seconda pelle Casa Merini def.Ripropongo il bellissimo testo che Enrico Prada mi ha regalato in occasione di “Pelle”, più che mai attuale mentre stiamo preparando “Seconda pelle” per Casa Merini.
La manifestazione (2-9/12-2017) fa parte degli eventi che il Comune di Milano promuove per smuovere le coscienze di fronte ai ripetuti, quotidiani, episodi di violenza come stalking, violenza fisica e psicologica, abusi sessuali, episodi di bullismo e cyberbullismo, femminicidi.
L’iniziativa del Comune si intitola “L’indifferenza dei buoni- oltre la violenza”
Ecco il testo:

“Pelle. Sostantivo femminile. In senso generico: organo di rivestimento esterno del corpo dell’uomo o degli animali. Ma pelle non è solo involucro o scafandro per muscoli e ossa. Pelle è anche luogo e strumento.

Pelle è strumento del tatto, il senso, tra i cinque, che dispensa sensazioni che hanno doppio movimento: in uscita (io tocco), in entrata (io sono toccato). Accarezzo, sono accarezzato.

Pelle è strumento di esperienza e conoscenza: l’ho vissuto sulla mia pelle, recita il vocabolario. O strumento di istinto: non so spiegarlo, ma quella persona, a pelle, mi piace/non mi piace.

Pelle è maestra: ci insegna il caldo, il freddo, in tutte le loro sfumature di tepore o gelo.

Pelle è luogo emotivo. Nel piacere: quella musica mi ha fatto venire la pelle d’oca

o nell’orrore: una scena da far accapponare la pelle.

Pelle è luogo di colori. Arrossisce per timidezza, imbarazzo, collera. Imbrunisce con il sole, arando i campi o pescando in mare. Sbianca di paura o malattia; si fa cianotica per asfissia o congelamento; a tempo scaduto prende il pallore mortale della fine.

Pelle è luogo di piacere: canta e freme sotto carezze e abbracci. O al contatto di labbra dischiuse.

Pelle è luogo di discordia. Lo sanno i nativi d’America, che gli Yankees chiamavano pellerossa. Basta che la pelle sia olivastra o nera o gialla o bianca per scatenare odio, violenza e diventare luogo di martirio: ferite, torture, mutilazioni infami.

Pelle è luogo della Memoria. Quella ancestrale e atavica di quando, immersi nell’acqua, ritroviamo il piacere di essere stati pesci o feti. Quella quotidiana, quando le nostre rughe ci ricordano le nostre fatiche o i dispiaceri.

Pelle è un libro, cronaca del Tempo che scrive il nostro corpo: incanutisce i capelli, riempie di macchie mani e braccia, lascia cadere i seni e affloscia i muscoli.

Anche la Terra è Pelle. Con i suoi campi, erbe, monti, acque, sentieri e strade. Pelle che calpestiamo o navighiamo tutti i giorni.

Pelle. Sostantivo femminile. In senso generico: organo di rivestimento esterno del corpo dell’uomo o degli animali. Ma pelle non è solo involucro o scafandro per muscoli e ossa. Pelle è anche ciò di cui è rivestita la nostra anima.”

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Il ferro non galleggia

SOGNO DI UNA NOTTE D’ESTATE- olio su tela 50 x 70

Le acque negano il varo
non sono il tuo elemento
perché niente di te è mutevole,
rigido te ne stai mentre spargi giudizi
taglienti come lame nella tenera carne.
Non vedi donne, assapori polpa da macello
le vorresti sventrare
lo so, lo sento…
Il tuo sguardo di predator predato
si è perduto in un sogno
hai creduto alle sirene
quando s’è alzato il canto
ma sei legato al palo…
Ulisse, tu stesso l’hai voluto
non era questo il senso?
Resistere, scappare
veloce da quella melodia,
tornare ai vecchi lidi
ai tuoi consunti gesti
alla donna che attende
al focolare spento.
L’acqua sulle mie braci spargi,
la lama ritiri lento
che non sia dato dire
la sua mano è crudele
distrugge sogni e nidi.
Hai trovato il battello, infine,
ma l’acqua ti nega il varo,
l’acciaio non naviga,
il ferro non galleggia.

 

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