Tentativo di demolizione di un tabù: “Elogio del suicidio” di Andros

20180612_151421.jpg “Al di là delle perdite che la nostra società  promuove e favorisce, vedremo come la perdita sia una costante che si ritrova in ogni spinta al suicidio.” Andros

Si può definire perdita la mancanza di qualcosa che in precedenza possedevamo. Possedere significa soddisfare qualcuno dei bisogni fondamentali dell’uomo: in primis il bisogno di libertà, persa la quale l’uomo smette di essere individuo autonomo e comincia a identificarsi come proiezione di qualcosa di esterno a sé stesso. L’essere umano sente l’esigenza di poter esprimere il proprio pensiero, di gestire il proprio corpo in autonomia, di amare ed essere amato, di compiere scelte, senza essere influenzato da altre esigenze che non siano le proprie.

Tra queste libertà irrinunciabili l’Autore fa rientrare la possibilità di decidere della propria morte, rinunciando alla vita. È un’opzione logica, nel senso che è frutto di un ragionamento secondo cui questa è,  in definitiva, l’unica vera libertà  concessa all’uomo, ma io mi chiedo quanto siamo effettivamente liberi di disporre della nostra vita. Non siamo assolutamente in grado di gestire la nostra nascita, né lo sono stati i nostri genitori quando si è trattato di decidere il nostro sesso, il colore dei capelli, la predisposizione a una malattia piuttosto che un’altra: inconsapevoli portatori di geni tra i quali il caso (il caso?) ha scelto proprio quella combinazione provvisoria.

Non siamo quindi in grado di autoprogrammarci, né di decidere quando venire al mondo. Abbiamo il diritto di decidere quando morire? Andros pensa di sì, coerente con l’atteggiamento trasgressivo e ribelle che lo caratterizza anche come Artista.

Nella prima parte del libro fa un excursus sulle posizioni della filosofia, della religione e della società  in generale nei confronti del suicidio e dei suicidi. Proprio qui ho scoperto l’opinione di Pitagora, e mi pongo decisamente dalla sua parte. Egli, da buon matematico, pensava al suicidio come a qualcosa che turba il naturale equilibrio dell’universo, dove, anche in termini numerici, alla morte di qualcosa corrisponde la nascita di qualcos’altro. Assegna a ogni uomo un “posto di guardia ” che egli potrà lasciare solo quando il suo compito è terminato. Detta così, sembra un’affermazione risibile, dal sapore vagamente militaresco, ma se ci poniamo nell’ottica dell’uomo come manifestazione della “materia-spirito” che è ciò di cui siamo fatti, possiamo pensare che ognuno di noi sia un tentativo di migliorare la sostanza che compone questa cosa misteriosissima – e banale fino al punto di attraversarla quotidianamente- che chiamiamo Vita.

Rifiutare questo tentativo può essere legittimo e rientra tra le libertà irrinunciabili, ma se fosse vera anche un’altra teoria di Pitagora, il quale pensa che dopo la morte ci aspetta la metempsicosi e che la temporanea assenza del nostro essere visibili agli uomini sia solo una pausa prima di reincarnarci un un’altra forma dell’Essere, il suicidio si rivelerebbe come un inutile tentativo di sottrarci al nostro compito, che si ripresentera’ inevitabilmente nella vita successiva, anzi: ci toccherà ricominciare da capo, esattamente dai nodi non sciolti nell’esistenza precedente.

Tuttavia, sono perfettamente consapevole che chi ha una visione totalmente materialista e non riesce a sentire il senso della vita, possa decidere di porvi fine. Capita a tutti di pensarci, prima o poi, è ipocrita negarlo: la vita non è un percorso facile. C’è chi nasce attrezzato, socialmente e biologicamente, a superare gli scogli, e c’è  chi non lo è. È allora barbaro, come sottolinea Andros, nascondere e rendere inaccessibili i mezzi meno crudeli e più indolori per suicidarsi. L’Autore auspica addirittura che questa “pillola per la morte dolce” possa essere venduta in farmacia, come qualsiasi altra terapia, a partire dai 18 anni di età. Se si ha la maturità per votare, dice, si dovrebbe avere la possibilità di decidere per la propria vita.

Non sono assolutamente d’accordo con questo punto: ritengo che una cosa sia delegare la gestione della cosa pubblica per un limitato periodo di tempo, altra sia la rinuncia definitiva a vivere così precocemente. A quell’età si ha una percezione esasperata e fallace delle proprie sensazioni.  Ci si può sentire brutti senza esserlo davvero, percepire un fallimento sentimentale o scolastico come una sconfitta irreparabile. Si soffre atrocemente, lo sappiamo tutti, ma, come Aldo Busi, anch’io mi sento di dire: “Cosa resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di patire da giovani?”

Chi, dunque, potrebbe decidere che l’aspirante suicida ha tutte le ragioni per mettere in atto il proprio progetto? Trovo in ogni caso sbagliato delegare una decisione così personale e irreversibile. I giudici nominati, come avveniva nell’antica Grecia, potrebbero essere influenzati da fattori esterni,   come convenienze economiche dello Stato, per esempio. Mi preme inoltre sottolineare l’atteggiamento ambiguo e contraddittorio della società e del sistema giudiziario attuale nei confronti della morte: da un lato si nega l’eutanasia a casi disperati di malati terminali o in stato vegetativo che avrebbero tutte le ragioni di lasciare questo mondo, dall’altra ci si sostituisce a chi ha la patria potestà, o il diritto di decidere, per somministrare la “dolce morte” a esistenze ritenute “risibili”. Si tutela il diritto all’aborto ma si continua a stigmatizzare chi decide di porre fine alla propria vita.

È un argomento difficile da affrontare, ma sicuramente sarebbe opportuno parlarne, anziché stendere un velo falsamente pietoso sui casi di suicidio, come avviene ai nostri giorni sui mezzi di informazione. Si evita di parlarne con la scusa dei gesti di emulazione, facendo sentire ancora più in colpa chi è talmente infelice da voler rinunciare alla propria vita. La società  si comporta, in definitiva, come quelle massaie che per risolvere il problema della pulizia  nascondono la polvere sotto il tappeto. Tutto appare perfettamente in ordine, la facciata è salva: si seppellisce chi ha rinunciato a far parte della società e tutto ritorna ad apparire perfetto. La società non previene questi gesti disperati, anzi a volte ne crea le condizioni, ma, nonostante questo, sostanzialmente se ne disinteressa.

Il libro di Andros va proprio nella direzione opposta, e sicuramente riesce a scuotere la polvere dal tappeto o, perlomeno, costringe a pensarci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La tenerezza

madonna-della-tenerezza

Andrea Mantegna, Madonna della tenerezza, 1491 – tempera e penna ad inchiostro bruno- Attualmemte in prestito al Museo civico degli Eremitani a Padova

 

Che cos’è la tenerezza?

Di sicuro è in questo abbraccio di donna che ama e protegge,  e nulla si aspetta in cambio, se non dispiacere futuro.

 

 

 

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La valigia

 

Tonight-acrilico e pastello su carta 24×33 2016 Tonight 1

Il vestito di seta a righe blu fu l’ultima cosa che mise in valigia, un ripensamento dell’ultimo momento, quando ormai aveva agganciato le cinghie. Sulla scollatura di quell’abito il suo sguardo aveva indugiato qualche secondo di troppo, quella sera di giugno in cui l’aveva invitata sui Navigli per un aperitivo. Era la prima volta che si vedevano fuori dallo studio, e lei lo considerava il primo, vero, appuntamento.
Chiuse la valigia, lasciò che i due anelli finali delle cerniere combaciassero al centro. Aveva messo il ricambio sufficiente per due settimane, ma poteva bastare anche per due mesi. Aveva ripiegato indumenti intimi e ferite dell’anima, ematomi del cuore e golfini estivi.
Si guardò intorno: lasciava la casa che era stata sua senza alcun rimpianto, solo una leggera nostalgia per qualcosa che avrebbe potuto essere ma non era stato. Ormai era troppo tardi, era meglio guardare avanti, lasciare la vecchia vita di relazioni inautentiche, di sguardi falsi coperti da sorrisi di circostanza, di amicizie venate di odio e inimicizie con parvenze d’amore.
Ricordò i due nei che lui aveva alla base del collo, e si ripetevano identici appena sopra l’inguine.
Una voglia improvvisa di baciarli le incendiò la pancia, lasciandola come sempre tramortita dall’intensità di quel sentimento che era nato inaspettato, tardivo e fuori luogo, ma che ormai rappresentava la sua unica ragione di vita.
Si pettinò i capelli, un filo di rossetto corallo le colorò il viso pallido. Infilò le scarpe comode per il viaggio. Doveva poter stare al passo con lui, che era così agile, così naturale nella sua andatura sportiva.
Sì, sarebbe andata incontro decisa all’unica parte sincera di quello spicchio di tempo, dove poteva esprimere i pensieri con il corpo. Il corpo non mente, parla un linguaggio archetipico, che l’altro corpo capisce. In una serie di giorni tutti uguali, sovrastruttura dopo sovrastruttura, tutto era diventato menzogna, ogni muro ogni mobile ogni respiro erano uno schema precostituito.
Via, via, aveva bisogno di verità, di lacrime, di sospiri, di parole d’amore.
Un bip le segnalò l’arrivo di un messaggio whatsapp. Proveniva da un contatto salvato come Sconosciuto.
Sorrise all’emoticon di due cuori con una valigia in mano. Per la prima volta, da quando lo aveva conosciuto, non cancellò il messaggio. Rispose: “Sto arrivando”.
La porta si richiuse dietro di lei con un lieve cigolio.

Colonna sonora Shine on you crazy diamond

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Il bianco, il nero

2016 Antropomorfismi con profiloAntropomorfismi con profilo – Giuse Iannello

Noi siamo l’ombra
che abbaglia la luce

Noi  profili di corpi e di teste
che si accoppiano per non morire

Noi non-colore che vibra
noi insetti in nuce.

Noi la notte prima delle feste
fiori cangianti dal lento sfiorire.

 

 

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A lungo ti ho atteso

Video dell’installazione: Laica trinità n+n=2n      

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A lungo ti ho atteso,
sei ciò che mancava
a un corredo completo
ma fine a sé stesso.

Ci pieghiamo alla vita,
come giunchi dispersi
nella tormenta dei sensi
aneliamo all’amore.

Nella caverna dell’umano sentire
-faccia alla roccia-
del fuoco eterno
carezziamo il riflesso.

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Clessidra era il nome del gioco

Personalità frammentata IANNELLO con collage di WIDMER E CACCAMO

Opera: Personalità frammentata, acrilico e collage su carta- 48X33
serie “Arte associata”di GIUSE IANNELLO, con frammenti di WIDMER e SALVATORE CACCAMO –
Testo di Giuse Iannello.

 

Che me ne faccio, infine,
di questo amore inutile
che non mi scalda l’anima
come seta d’inverno la pelle,

nello specchio riflette la fiamma
che mi ha acceso di fuoco la vita
ed ha smosso la pancia nel buio
proiettando di giorno il rimando
di parole mai dette, incallite escrescenze.

È Cupido che ha dato le carte,
entusiasta mi sono fidato
-vecchio bimbo di dura cervice-
preparando lo spazio in partita.

Fiori ho messo al mio tavolo verde
fiducioso aspettando il compagno
che per strade tortuose s’è perso,
forse mai è davvero esistito.

Non mi disse, il mendace fanciullo,
che Clessidra era il nome del gioco,
solitario che non ha scopo alcuno
se non quello del vacuo gioire
nell’avere ammazzato un po’ il tempo.

Mi ritrovo soltanto più vecchio
con l’abbaglio d’ingenuo sentire,
m’ha riempito di lacrime il dotto,
questo amore di vacua sostanza.

Solo e cieco ora abbaio alla luna
che si muove all’interno del secchio.

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Il tempo della brina

Ph Credit Antonio BiagiottiRisultati immagini per  brina

Passerà il tempo della brina,
Amore mio,
stanne certo.

Soli splendenti mi sfioreranno
l’anca nel tuo letto
fiorito di rabbia e di parole.

Percorreremo insieme
le strade del dolore
d’essere ancora vivi,
sconteremo i peccati
gemendo nel  piacere.

Lunga è la via che
conduce all’assenza,
il tuo corpo bianco
la strada maestra.

Stella che arde
nel grigiore del mattino
-la mia bocca- spalancherà
l’inferno di terribile potenza.

Quando l’Amore ricorre
alla vita è vano, credimi,
opporgli resistenza.

Colonna sonora Amore che vieni Amore che vai

 

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