Omaggio a Carlo Zanoletti

Si è conclusa stasera, presso la Strada Sotterranea del Castello Sforzesco di Vigevano, la mostra collettiva “Oltre l’azzurro”, che è stata “una reinterpretazione delle opere zanolettiane. Gli artisti in mostra hanno voluto raffigurare ciò che Zanoletti ha omesso dalla tela e alcune tematiche appartenenti al repertorio dell’artista, alla luce dei cambiamenti imposti dalla società odierna: la parola non detta e l’immagine non rappresentata diventano i veri soggetti della mostra.”, come scrive Elisa Marchesani, Presidente dell’Associazione Arte il Faro nell’introduzione al catalogo.
Questa manifestazione, curata da Fortunato D’Amico, è stata il proseguimento ideale dell’antologica vera e propria, ospitata in ben tre, prestigiosi, spazi della Città di Vigevano: la Nuova Strada Sotterranea, la sala 10 della Pinacoteca Civica, lo Spazio B della famiglia Buscaglia cui si deve l’iniziativa di questo grandioso omaggio.
“Oltre l’azzurro” ha quindi fatto “parte di una serie di manifestazioni create con l’intento di caldeggiare la partecipazione attiva dei cittadini vigevanesi, giovani e meno giovani, all’evento in corso, organizzando momenti di incontro, contesti di comunicazione artistica e altri progetti culturali realizzati intono ai temi suggeriti dalle opere di Zanoletti”, scrive Fortunato D’Amico nell’introduzione al catalogo. L’ultimo di questi incontri si è svolto proprio stasera, e ha visto tra i relatori lo stesso Curatore, Davide Buscaglia di Spazio B e alcuni degli Artisti partecipanti.
Anch’io ho accettato di dare il mio contributo alla manifestazione, realizzando l’opera “Musicassette – omaggio a Carlo Zanoletti “. Di questo Artista, che ho imparato a conoscere e ad apprezzare proprio grazie a questo evento, ho scelto l’opera “Nudo” del 1925 e l’ho inserito nella mia attuale ricerca artistica, tesa a creare una sintesi tra l’arte figurativa, il ready made di duchampiana memoria e l’arte concettuale. Come si può vedere, alla riproduzione più o meno fedele della sua opera ho aggiunto un particolare, gli auricolari, che rappresentano proprio il legame con la tecnologia delle videocassette registrate già presente negli ultimi anni di vita del pittore, ma volutamente omessa dalla sua produzione artistica. Eppure, nelle sue feste in riva al Ticino, la musica è una presenza sottintesa, perché niente come la musica fa festa, crea aggregazione, smuove sentimenti, inventa ricordi condivisi, segna un’epoca. Ho scelto di proposito un nudo (primo frame) per poter sganciare la figurazione dal periodo storico in cui è stato dipinto: il corpo umano, nella sua nudità, diventa icona senza tempo, che viene però risucchiato con prepotenza in un determinato contesto storico, gli anni ’70/80 dal potere evocativo degli oggetti presenti nella seconda cornice.

Artisti presenti nel catalogo:
CRISTIANO VASSALLI – NICOLA PALERMO – SERGIO SALA – MARIO DI LORENZO – MARIO DAFARRA  – MARCO EMILIO ALBINI ZECCARA – MARINELLA DE MAESTRI – CESARE GIARDINI -ANNA PAVESI – FRANCO FASULO -GIULIA PELLEGRINI – MARIANO VALENTINI- ORONZO – ROBERTO SOMMARIVA – DOMENICO BERNACCHI – DUILIO FORTE – DANIELA PELLEGRINI – MELITA BRIGUGLIO – RALUCA ANDREEA HARTEA – MARIA FRANCESCA RODI – ELISA MARCHESANI – CONSUELO SALA – MARCO FAVAZZI – PABLO STOMEO -CLAUDIA MARZOCCHI – SONIA QUARONE – GIUSE IANNELLO – LUIGI DELLATORRE

 

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Ti ho sognata, stanotte

2016 - INTIMOGRAFIA 11 - IMPRINTING mod

IMPRINTING- Tecnica mista su mdf 70×70

Ti ho sognata, stanotte,
seduta alla finestra
con le carte in mano
vestivi di blu notte.

Ti ho detto
ma sei morta?
M’è sembrato strano
il tuo sguardo, offeso

come se la ma fiducia
fosse venuta meno
e t’avessi tradita, come allora
come quando distesa dentro al letto
indifesa urlavi contro il mondo.

Ti diedi uno strattone,
non ne potevo più delle tue grida
e dello sguardo vuoto, alieno,
non mi sembravi tu.

Perché fai questo
gemesti rinsavita,
che cosa ti ho mai fatto
che mi tratti male.

Con gli stessi occhi
di stupore intrisi, e di dolore,
mi hai guardata stanotte dalla luce
che dalla finestra giunge
e non capivi il suono
delle mie parole, morta.

Ma tu eri viva,
tranquilla nel tuo stare
ferma al tuo posto,
nel luogo che t’è appartenuto
che con sudore e lacrime
dalla vita hai tratto.

Guardai le mie sorelle divertita,
gridai chiama il dottore, presto,
che accerti i fatti, e veda
con quanta semplicità vinci la morte.

Le lacrime hanno un percorso strano
quando corrono dall’angolo al cuscino
e non le ferma l’alba né il chiarore
che dagli scuri filtra, è già mattino.

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Il cambiamento – Fuori Rassegna letterario Città di Vigevano

Dal sito dell’Associazione culturale Libellula di cui sono referente per le arti visive, in occasione del Fuori Rassegna letterario della 16a edizione, sul tema del Cambiamento.

La libellula, Cultura e Arte

Mariateresa Andros PlanandoMariateresa Bocca e Andros

Pubblichiamo l’intervista di Mariateresa Bocca, Presidente dell’Associazione culturale Libellula, ad Andros, artista e scrittore, durante l’evento “Planando sulla realtà”:

M.B.
“Noi dobbiamo sentire la necessità e accettare che le cose cambino,che abbiano un termine, perché rimanere legati alla speranza di una durata infinita significa inserirli in una esistenza ripetitiva e triste.” Qual è la necessità di cambiamento per Andros, che cosa intende per cambiamento?
A.
Il cambiamento più che una necessità è un inevitabile fatto della vita. Tutto cambia di continuo dentro e fuori di noi, tendiamo a pensare di essere entità finite e concluse, ma siamo esseri in divenire, e lo siamo fino alla morte. Ci piace dire cose come “sono fatto così”, “questo non è da me”, “questo non lo farei mai”, perché ci danno sicurezza, ci illudono di avere un equilibrio ben definito, una forma ben definita e immutabile, ma le persone che…

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L’arte

La notte

L’angelo della notte, olio su tela 70×50 -1996 – Giuse Iannello

L’arte ha in sé la leggerezza del volo e la pesantezza della carne.

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Solo parole

Parole solo parole - Intimografia 10
PAROLE SOLO PAROLE -Acrilico e collage su mdf 30 x 70

Lunghe piantagioni di cotone
sono le tue parole.
Schiavizzano avviluppano nascondono
dietro suoni senz’eco
il vuoto nei tuoi occhi.
Pietra che ferisce,
aguzza selce che scava,
gelida acqua che sgorga
ma non lenisce,
anzi le piaghe ravviva
di precedenti false parole.
Parole che legano
Parole che impongono
Parole che chiudono
lo spazio al decollo.
Ma infine che sono?
Soltanto parole.

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Lettera al proprietario di una Simca gialla

SIMCA

Dopo tanto inutile cercare quando abitavi ancora con noi, alla fine, l’altro ieri, è saltata fuori. Mamma l’aveva persa da qualche parte, e non aveva la più pallida idea di dove potesse essere finita. Eppure, all’inizio, era della sua misura esatta, la vera d’oro giallo che le avevi comprato nel ’42. Forse si era sfilata dall’anulare inceppandosi in un ostacolo imprevisto, che so, un rametto di rosa, la lama della zappa mentre faceva scivolare i semi dei piselli e delle fave nei solchi profondi che tu le avevi preparato
nell’orto che aveva inizio dal grande fico bianco.
Era un orto in affitto, perché la nostra casa era cresciuta, stretta e lunga, incastrata in quel po’ di terreno che eri riuscito a comprare con i risparmi di una vita. Comprato il terreno, i soldi erano subito finiti. E allora mutuo, e quindici ore al giorno di lavoro, e ancora lavoro la domenica per mettere su, forato dopo forato, la casa dei tuoi sogni. Ci avevi messo sotto tutti quanti, anche me che ancora andavo a scuola. Tra noi donne -la mamma, le mie due sorelle, io, quante donne, tutte donne in casa tua-c’era chi toglieva i forati dal bancale e li preparava, chi li portava con la carriola, chi li porgeva per la posa a te e a Salvatore, che ti aveva insegnato come fare a tirare su i muri.
Così, forato dopo forato, queste mura si sono intrise del tuo sudore ed è da qui che ti scrivo, perché qui sono rimasta, padre. Avevi detto “solo un piano, a livello del terreno, perché ci basta”, ma poi avevi pensato che le figlie erano tre, e a ognuna di noi tre volevi lasciare qualcosa. Allora i muri si sono alzati, e solo a dieci metri di altezza ti sei deciso a mettere un tetto. Il progetto iniziale era cresciuto, e in ugual misura erano cresciuti i debiti. Tutt’e tre ci dovevi mantenere, tutt’e quattro, anzi, mentre la casa, come un buco senza fondo, ti succhiava linfa e sangue. Per questo le ore di lavoro erano diventate quindici, e frequenti i turni di notte alle pressette, e ancora non bastavano.
Tu e la mamma studiavate di nascosto i piani per risparmiare al centesimo, quando tornavi al mattino e silenziosamente t’infilavi nel letto per non svegliarci. Ma ho sempre avuto il sonno leggero, e ti sentivo.
Ascoltavo la disperazione di mamma perché i conti non quadravano, e non potevano quadrare. Così le bistecche erano diventate uova, e le uova pane. Forse per questo aveva perso la vera, perché le dita magre, spolpate della carne, non le davano più appiglio.
Non so come facesti, allora. Ma ho un ricordo preciso, era dopo cena, quando tirasti fuori dalla tasca dei pantaloni stinti una fede gialla, come nuova, e gliela mettesti al dito, senza parlare. Lei sorrise, e allungò le dita della mano per rimirarla, per controllare che fosse della giusta misura.
“Unni a pigghiasti”, dove l’hai presa, ti chiese senza smettere di sorridere, gli occhi puntuti e attenti a quello che avresti risposto.
“Tu non ti preoccupare”, rispondesti vago, “so io quello che faccio”.
Quando dicevi quella frase, “so io quello che faccio”, non c’era da ribattere, e l’argomento era definitivamente chiuso.
Non ti potevo sopportare, allora, per quei tuoi atteggiamenti prepotenti e le famose “regole” con cui t’imponevi, e cui dovevamo tutte sottostare, volenti o nolenti.
Solo ora, che anche le mie palpebre hanno le stesse pieghe delle tue di allora, posso capire quanto il tuo modo di fare fosse parte di una recita, dove tu quel ruolo dovevi per forza recitare, e lo recitavi come potevi. Qualche trasgressione solo ogni tanto, le poche sere che eri a casa, quando aspettavi che io spegnessi la luce per venire a rimboccarmi le coperte. Io facevo finta di dormire; m’infastidiva doverti parlare, e m’infastidiva il gesto: avevo diciott’anni e mi sentivo grande.
Di un’altra trasgressione mi ricordo, di quella volta che m’incontrasti per strada abbracciata a un ragazzo, e, per non dover risolvere il conflitto tra le tue regole virtuali e la realtà, facesti finta di girarti a guardare una vetrina. Mi aspettavo una litigata, a casa, o chissà quale altra punizione. Niente, portasti avanti la finzione fino in fondo. Ma, da quella volta, per la paura d’incontrarti ancora, mi lasciai abbracciare solo al buio e al chiuso.
Torniamo alla vera, che sto parlando d’altro. La mamma, a un certo punto, smise di cercare, e si tenne stretta quella nuova.
Passarono gli anni, e anche i debiti a poco a poco finirono. Ti comprasti una Simca gialla, di seconda mano. Aveva occupato il posto della vecchia Gilera, e, come quella, ti riempiva di orgoglio. Non avevi una grande scelta di stereo8 nella Simca gialla di seconda mano. Qualche valzer, un paio di mazurche e Marechiaro cantata da Murolo erano tutto quello che ti serviva, tutto quanto bastava a farti tastare con mano la realizzazione del tuo sogno piccolo piccolo: la tua musica in un’auto piccola, in un garage stretto, dentro a una piccola casa. Ma era tutto tuo, sudato. Strappato alla miseria con le unghie e con i denti.
Avevi appena passato i sessanta, l’età della pensione allora, e con le grosse dita indurite dal lavoro, infilavi le cassette nel lettore, alternandole incessantemente, mentre mi accompagnavi, fischiettando i brani.
Scendevo trafelata, in ritardo come sempre. Tu eri già in macchina, la radio accesa, e ti sporgevi ad aprirmi la portiera, come fanno gli autisti con le clienti. Subito m’investiva l’odore del dopobarba al pino silvestre e il fiorire delle fisarmoniche, che disprezzavo in egual misura. Dallo specchietto retrovisore pendevano un rosario benedetto e un calendario da barbiere, profumato, con le donnine in costume da bagno. Pensavo che fossi proprio vecchio, irrimediabilmente vecchio, e fuori moda.
Guardavo fuori dal finestrino tutto il tempo, mi sembrava che non avessimo niente in comune. Neanche tu parlavi, fischiettavi e basta, seguendo il ritmo. Dopo tanto duro lavorare eri felice, adesso lo capisco.
Ho sempre approfittato del fatto che tu avevi un debole per me, l’ultima, quella arrivata fuori tempo e inaspettata, la piccolina della nidiata di tre sorelle così diverse, nel carattere, l’una dall’altra. Quando nacqui io, avresti voluto il maschio, e io l’ho sempre saputo, ma mai, neppure una volta, ce l’hai confessato.
Mi accorgo che divago ancora, è la storia della fede che ti voglio raccontare, e vengo al sodo.
L’altro giorno, era il mattino del diciannove luglio 2014, ci accorgemmo che lo scarico del lavello si era intasato. Non so per quale motivo, sai che di cose pratiche capisco poco, mio marito decise che il colpevole poteva essere solo il pozzetto che sta vicino al vecchio fico bianco.
Tirò via le piastrelle di autobloccante, asportò la sabbia, ne estrasse il pozzetto per ripulirlo.
Era là sotto, papà. Era proprio là che mamma l’aveva persa!
Mio marito tirò fuori la vera, la ripulì alla meglio, me la portò in casa chiedendomi se sapevo di chi fosse.
Lessi la data impressa nell’oro, forse più rame che oro: 19.7.1942, e tutto mi tornò alla mente. Ricordai subito la disperazione di mamma, e le inutili ricerche di quegli anni.
Corsi in cortile, la chiamai a gran voce: “Affacciati alla finestra, guarda qui!”


Ora porta due vere nello stesso dito, non se le toglie mai.
Dice che tutto quello che volevi dalla vita te lo sei preso, solo una cosa non sei riuscito a fare. Mancavano pochi anni a festeggiare le nozze d’oro quanto te ne sei andato, e non hai fatto in tempo a celebrare lo scambio degli anelli in chiesa, come avresti voluto. Ma, testa dura com’eri, “testa ‘i calabbrisi”, alla fine hai solo rimandato. E’ convinta che tu ci abbia messo del tuo, il giorno del vostro anniversario, a intasare gli scarichi; a fare in modo che quell’anello ritornasse al dito, dove lui l’aveva infilato più di settant’anni prima.
Solo questo, papà, ti volevo raccontare.

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Non funziona tra noi #quasipoesie

MCM20027

La rabbia dei ricordi – olio su tela – 1998

Non funziona tra noi.

Un fiume non può uscire
dal letto scavato per anni
eppure all’improvviso esonda,
rompe gli argini e irrompe.

Ma una terra da tempo asciutta
non è pronta a raccogliere,
una riva da troppo lasciata
non discerne l’acqua che irrora.

Ho incontrato foglie secche.
Rotolavano lente sul marciapiede
incuranti dell’estate in corso
e in fondo al viale c’eri tu.

Non funziona tra noi,
ma con atroce dolore
dall’albero in giardino
il ramo si distacca.

Erano una sola cosa
-il ramo e l’albero-
erano linfa che scorre.

Ora una foglia rotola
lenta sul marciapiede
mentre in fondo alla strada
cerco un fiume che corre.

Colonna sonora:  Come se non fosse stato mai amore

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