Arte come trasformazione: la scelta dell’angelo

EVUZ ART

ARTE
COME TRASFORMAZIONE: LA SCELTA DELL’ANGELO

In occasione del Festival delle trasformazioni della città di Vigevano, organizzato da Rete Cultura Vigevano, Evuz Art propone il seguente programma:

La
parola arte deriva dalla radice ariana “ar” che vuol dire
andare, mettersi in moto, muoversi verso qualcosa e, in senso
traslato, adattare, fare in maniera adeguata. La trasformazione è
quindi un aspetto implicito nel lavoro dell’artista, che cerca
incessantemente forme adatte a ciò che vuole esprimere: tras-forma
la materia attraverso il proprio fare, arte-fa, e proprio di questo
ci parlerà Domenico Spinosa, docente di estetica all’Accademia di
Brera.
Il suo intervento tratterà della forma-cinema a partire
dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders per
spaziare nel campo delle arti visive e della filosofia, mettendo a
confronto la figura dell’angelo nell’arte di Paul Klee e di Anselm
Kiefer e il pensiero di Benjamin Franklin.
Durante la relazione
sarà affiancato da…

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Il siero primordiale

20190830_154158 THE DOWRY- AN EVOLUTION HYPOTHESIS
Testavi la temperatura del latte con il gomito piegando appena il braccio, Il termometro era roba inutile per ricchi, e non era il nostro caso. Doveva essere intorno ai 36 gradi, la temperatura del corpo vivo. Allora spegnevi il fornello e aggiungevi il caglio. Piantavi un mestolo di legno rovesciato appoggiandolo al bordo del pentolone, avrebbe fatto da sentinella per sapere quando la cagliata era dura abbastanza da essere lavorata. In quella mezzoretta rassettavi svelta la cucina, con le mani abili e nervose passavi la spugna strizzata su ogni superficie libera; non faccio fatica a ricordarne la forma, sono le mie stesse mani.
Veniva quindi il momento di raccogliere la cagliata, il manico del mestolo si faceva spazio a fatica spezzando la cagliata. Rimettevi sul fuoco il pentolone e la raccoglievi a pezzi con le mani nude, strizzandoli per bene prima di sistemarli nelle fascette di vimini intrecciato. Io ti stavo vicina, sapevo che prima o poi mi avresti allungato un pezzetto di toma, ma non chiedevo.
Sarebbe stato inutile, anzi, controproducente. Quel boccone squisito che sottraevo alla forma definitiva che sarebbe diventata formaggio, significava meno companatico da mangiare in futuro, un bene prezioso. Imparai già da allora che i piaceri più intensi sono quelli rubati e che si pagano amaramente con conseguenze negative sul futuro.
Una volta raccolta la cagliata, era il turno della ricotta: al siero aggiungevi succo di limone e rigiravi l’intruglio sul fuoco con un rametto di fico. “Scendi a prenderlo”, dicevi, “e guarda che perda il latte quando lo spezzi.”
Pian piano la ricotta affiorava, la raccoglievi con la schiumarola e l’appoggiavi nelle fondine dopo avervi versato un po’ di siero e di pane pugliese a tocchetti. Quello sarebbe stato il nostro pranzo, uno squisito pranzo da re che pochissimi ormai possono permettersi.
Oggi mi manchi, mamma, due anni fa hai abbandonato per sempre questo siero primordiale dove la natura fa una cagliata dopo l’altra, buttando via alla fine quello che dopo la ricotta rimane.
Alcuni dicono frasi retoriche come “è salita in cielo” “è entrata nella schiera degli angeli” e una volta ci credevo anch’io. Vorrei tanto illudermi ancora, ma sono troppe le assenze, troppi i vuoti che non riesco a colmare se non con il ricordo, e pure quello, col tempo, tende a svanire.

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La scelta del simbolo nella rappresentazione artistica


THE DOWRY- A HYPOTHESIS OF EVOLUTION
LA DOTE (dettaglio)
L’artista è sempre alla ricerca di simboli che possano rappresentare al meglio il concetto che vuole esprimere. Deve condensare in un’unica immagine proprio quell’ idea, in modo che sia non dico l’unica possibile, ma comunque la più appropriata. Inevitabilmente va a pescare nel bagaglio di immagini che ha archiviato nella memoria, a volte consapevolmente, altre in modo più istintivo. Non è detto che riesca, anche perché spesso i simboli scelti hanno valenza molto personale, un po’ come succede nei sogni. Un’opera d’arte diventa un capolavoro quando molte persone riescono a entrare nel simbolo creato dall’artista, a riconoscersi, a partecipare al suo percorso.
Io, nel mio piccolo, posso indicarvi le immagini che ho richiamato alla memoria nel cercare il simbolo che rappresentasse la Grande Madre, la
fucina primigenia dell’evoluzione. Ho scelto un lenzuolo con determinate pieghe d’istinto, ma, riflettendoci, di sicuro questi due quadri non sono estranei alla mia scelta: La Vergine delle rocce di Leonardo e Per tua dote di Luigi Bocca.
Per quanto riguarda la possibilità che qualcun altro segua questo percorso mentale la vedo duretta…comunque ci ho provato. 😏

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Puoi amarmi ancora?

John Newman – Love me again

Sì, lo so, sono stata imperdonabile. Ti ho strappato il cuore, ti ho illuso che sarebbe stato per sempre. Per sempre, tutto ciò che accade una volta è per sempre, non lo sai?
Io vivo così intensamente che sono nel presente, sempre. Come potevo immaginare che il tuo per sempre avesse un metro così diverso?
Io sono grandine e tempesta, sole cocente e ombra che rinfresca, sono acqua che zampilla e fuoco che uccide. Io sono sempre me stessa, sono onda che travolge, sono luce che rischiara. Sono stata il tuo mattino, l’alba carica di promesse, ma ogni giorno ha il suo tramonto, sono anche crepuscolo che abbandona.
Ti ho lasciato nel passato, ma in questo istante ti penso, vorrei che mi amassi ancora una volta, una notte soltanto. Puoi amarmi ancora?

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I catalizzatori

Félix_Fénéon
Félix Fénéon, foto web

Ci sono persone, incontri e parole di persone, che mettono allo scoperto idee, sogni, visioni che l’artista ha già in sé ma a cui non è ancora riuscito a dare forma, visioni inconsapevoli e quindi irrealizzate. Un termine, una frase, diventano maieutiche facilitando il nascere di quelle idee.
Félix Fénéon diceva che il curatore deve fungere da catalizzatore, favorire la reazione chimica e, come il catalizzatore, in essa scomparire.
Tuttavia non è necessario l’incontro con un curatore, a volte l’input giusto può arrivare da qualcuno che fa un altro mestiere. È questione di lunghezze d’onda del pensiero, di empatia (parola abusata ma pienamente corrispondente a certi stati d’animo specchianti), è certamente questione di intelligenza dell’ interlocutore e della sua ricchezza interiore, che deborda al punto da potersi disperdere in mille altri rivoli e nutrire la fantasia di altri.
Ecco, io sono grata al destino, alla vita o al caso, non saprei, per averne incontrate alcune, in questo periodo del mio percorso: tanti Pollicino, a volte incondapevoli, che hanno lasciato sassi sulla mia strada. L’unico compito, merito da altro punto di vista, è avere il coraggio di raccoglierli e proseguire in quella direzione.

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All’amore confesso, verso.

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foto web

In questo hotel di fronte al mare, in uno sperduto villaggio greco di cui nemmeno ricordo il nome, stanotte ti penso. Lei dorme accanto a me, il respiro leggero sa ancora di Ouzo e di caffè; il seno perfetto si alza ritmicamente, gli occhi chiusi sono persi nell’altrove. È serena, dopo aver mangiato, ballato il sirtaki, dopo un’ora di sesso sfrenato finalmente riposa. 

Guardo le onde frangersi sull’ampia battigia, illuminate dalla luna nel loro gonfiarsi. Dovrei essere felice, eppure penso a te, al tuo sorriso vagamente ironico che mi fa sentire sbagliato nei momenti meno opportuni, a quella ruga sulla fronte che ti fa apparire d’improvviso severa. Ti amo ancora, forse, ma non nella maniera che vorresti, e tu vorresti sempre tutto, Lucrezia. Vorresti il matrimonio borghese e l’amante trasgressivo, l’intellettuale alternativo e l’amore rassicurante. Non si può avere tutto, tesoro, quando riuscirai a capire che anche non scegliere è comunque una scelta?

Eppure mi manchi…cosa starai facendo ora? Ti immagino raccogliere le tue mille creme dalla mensola del mio bagno, sistemarle con metodo nel beauty, richiudere con rabbia la porta alla tue spalle e rimuginare rivendicando il diritto di avermi tutto per te, per quel po’ di dedizione disinteressata che mi hai dato, per l’amore che ti ho sempre letto negli occhi ma che non hai mai avuto il coraggio di confessare totalnente, in una resa senza condizioni. Ecco, esattamente questo non mi piace di te: il tuo controllo ossessivo su tutto nello sforzo di apparire perfetta, quel ponderare ogni minima scelta e l’assurda pretesa che, anche in amore, i conti pareggino.

Non è cosi che funziona, fidati: i sentimenti non sono fatti, sono atteggiamenti. Non ricordo dove l’ho letto, Franzini mi pare, ma ora niente mi sembra più vero. I fatti sono avvenuti, participio passato, immutabili. Gli atteggiamenti si costruiscono minuto per minuto, nel presente, come queste onde bianche che si gonfiano alla luna, mai uguali a se stesse, in eterno divenire. 

Ho sempre pensato che tu fossi il pezzo di puzzle che si incastrava nel mio vuoto, ma ieri mi son sentito stretto, accerchiato dai tuoi rigidi confini.

Lei è così bella, semplice, istintiva. Mi fa sentire bene, mi fa sentire uomo, mi fa sentire giusto in ogni momento. Come posso rinunciare alla bellezza del suo sguardo adorante, all’ansimare indifeso mentre fa l’amore? Mi piace da sempre, la volevo, l’ho avuta.

Desidero che tu sappia cosa provo, in fondo mi sembra giusto, te lo devo. Ho salvato questa mail in bozze, aspetterò di fumare un’altra sigaretta, l’ultima di questa lunga notte, e attenderò che il sole dell’alba appiattisca le onde; poi deciderò se inviartela, o cestinarla per sempre.

Eugenio

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Amori e maturità

LAICA TRINITA'- IL SUO SGUARDO
Laica trinità, 80×50

Quella stessa settimana, al giovedì, decidemmo di fare sega. C’era la verifica di matematica e né io, né lei, eravamo abbastanza preparati. Era l’ultimo quadrimestre, e non potevamo rischiare un’insufficienza che avrebbe potuto mettere a rischio la media finale, proprio prima della maturità.
Così la portai in campagna, dalle parti dove sono nato.
Avevo intenzione di dichiararmi, di dirle finalmente che era lei che amavo, che non ero affatto disposto a essere il suo migliore amico. Che uno come me, che ogni notte sognava di far l’amore con lei, di baciarla appassionatamente, con la bocca aperta, non con quei baci secchi e veloci che mi dava lei, uno come me che sognava solo di carezzare il suo corpo spogliato di Levi’s, camiciole indiane e tutto l’armamentario da post-figlia dei fiori, non poteva essere assolutamente il suo migliore amico.
Posteggiai la due cavalli in uno sterrato vicino a una cascina abbandonata e la presi per mano. Era la fine di maggio, ma faceva già un caldo terribile.
Irene strappò un filo d’erba e se lo infilò in bocca, di traverso. Fece qualche passo in silenzio, assorta a succhiare l’erba.
“Mi sono innamorata del Franci”, disse.
“Ah.”
“Bella cogliona, andarsi a prendere una cotta per uno che non ti vede neanche”, aggiunse con una faccia buffa, tra la risata e il pianto.
Feci finta di niente, ma sentii la gola seccarsi all’improvviso e un nodo grosso come una balla di fieno ostruirmi i polmoni.
“Gliel’hai detto?”
“Fossi matta, che glielo dico a fare? Non vedi che lui sbava per quella gattamorta della Cri?
Un contadino sbucò all’improvviso dalla cascina, trascinando una mucca che non ne voleva sapere di seguirlo.
Irene si fermò come fulminata dalla visione, poi alzò gli occhi al cielo di un azzurro intonso.
“Pensa che mentre noi siamo qui in questo pezzo di paradiso ci sono migliaia di operai al chiuso delle fabbriche, che lavorano.”
“E allora?”
“Non è giusto”.

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