Emozioni tra immagini e memoria

consuelo Sala cielo e muri

Cr. ph. Consuelo Sala

 

A volte si rimuovono le sensazioni perché in certi momenti è più importante concentrarsi su obiettivi primari, come l’elaborazione di un lutto, il superamento di una malattia, il recupero di un’omeostasi vitale.
Eppure niente è più tenace di una sensazione che crea emozione e quindi sentimento, si insinua in noi indipendentemente dall’attenzione che intendiamo darle in quell’istante e scava un solco da qualche parte, il letto di cenere di un fuoco artificiale, oppure una profonda ferita, e basta un nulla per farla riaffiorare: un vento, un odore, un’immagine.
Questo ho pensato quando ho visto questa foto di Consuelo Sala, non a caso prigioniera tra le mura di un ospedale come i pazienti di cui si è presa cura. Là, tra indumenti asettici e odore di medicinali, si cerca di ritrovare sé stessi guardando fuori dove c’è il resto del mondo, dove il cielo non è solo interruzione di geometrie costruttive, dove un fiore non esce appassito dalle pagine di un libro, ma è vivo e freme alle lusinghe della brezza d’aprile tra mille altri fiori, nei campi.

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Frank Uwe Laysiepen, in arte Ulay

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Certi sodalizi artistici, quando sono intrecciati all’amore, possono rivelarsi letali per l’individualità artistica, e non solo.Ne era pienamente consapevole Ulay, che proprio ieri ci ha lasciati.
La sua notorietà è legata soprattutto alla performance art, ma in questo campo il suo nome è sempre accostato a quello di Marina Abramovic. In tanti, io per prima, ci siamo commossi nel rivedere il loro incontro al Moma, 23 anni dopo che si erano lasciati. Questa è stata l’ultima collaborazione tra i due, che avevano organizzato e preparato l’evento con meticolosa professionalità, e con la stessa professionalità l’hanno reso vero. Non conosceremo mai fino in fondo, probabilmente non lo sapevano neppure loro, chi prevaleva nelle decisioni artistiche, chi influenzava chi e chi/che cosa sarebbe diventato l’uno senza la collaborazione dell’altro, durata dodici lunghi anni.
Ulay si era reso conto che ormai il singolo artista Ulay non esisteva più, e aveva cominciato a tradire Marina, poi ricambiato; si era infine sciolto dall’abbraccio mortale lungo la Muraglia cinese.
Il business è il business, ma ogni artista, ogni persona, sente l’esigenza di coltivare un orticello che sia solo suo.
Ulay resterà nella storia dell’arte, ma probabilmente non sarà per questo interessante dissolvimento della fotografia e, in via traslata, della realtà, ma grazie alle sue performance in coppia con Abramovic. Questo è il suo destino, e un po’ mi dispiace.
Che la terra ti sia lieve, Ulay.
La morte della fotografia in Ulay

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Giona, o delle prigionie trasparenti

copertina Giona

Il book che segue l’opera “Giona”, light box in tecnica mista 60×60

La condizione di “prigionia trasparente”, a cui sto lavorando in questo periodo, caratterizza l’Uomo del nostro tempo. Egli si è illuso di poter gestire la propria vita secondo i principi di libertà e uguaglianza, facendo ricorso alla conoscenza diffusa, ottenuta grazie a un più facile accesso allo studio e soprattutto ai mezzi informatici, che a partire dagli anni ’90 hanno capillarmente invaso il Pianeta. In nessun’altra epoca la maggioranza della popolazione ha avuto accesso a una serie così poderosa di dati con un semplice clic. Chiunque oggi ha in tasca uno smartphone, la cui potenza di calcolo è pari a quella di tutti gli ingombranti computer che nel 1965 erano posseduti da pochissime, privilegiate, persone che detenevano il potere.
L’uomo sembra essere riuscito a diventare protagonista della propria vita, eppure quegli stessi strumenti che egli ha creato si sono trasformati in altrettante finestre aperte sulla sua vita privata. Ogni accesso e ogni parola, attraverso gli algoritmi, sono analizzati da chi tira le fila del gioco informatico per accedere a informazioni private che sono vendute e comprate per sondaggi politici, per aprire e chiudere le immaginarie finestre di Overton divenute quanto mai reali, le fameliche “Windows” che si spalancano elargendo status che contengono storie più o meno strappalacrime che cercano di indirizzare la pubblica opinione in un senso o in un altro.
Ci illudiamo di gestire il “nostro profilo”, ma non possiamo esprimere un’opinione politicamente scorretta che subito veniamo bannati, censurati, sospesi dall’attività social per un certo periodo di tempo. Nella più innocente delle ipotesi veniamo sommersi da pubblicità inerenti alla nostra ultima ricerca su Google, nella peggiore giustamente condannati o rimossi dal posto di lavoro in caso di espressioni non in linea con il codice civile o penale, o anche solo politicamente scorrette. Il problema è che, nascosti dietro a uno schermo, abbiamo perso la facoltà di sentire che cosa è virtuale e cosa davvero reale, di cosa è permesso dire pubblicamente nella nostra illusoria casa virtuale e di che cosa non lo è. La creatura si sta vendicando e diviene Creatore e, come in “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, un film preveggente del 1968, il redivivo Hal 9000 spia le nostre parole, forse è in grado di riconoscere perfino il labiale dei video che pubblichiamo. L’Uomo si illude ancora di potersi ribellare a questa creatura divenuta Creatore, ma come Giona viene inghiottito nella grande pancia della balena, un grande predatore informatico che filtra i suoi pensieri attraverso le parole scritte e quelle ascoltate e i suoi algoritmi implacabili passano al vaglio il plancton virtuale come giganteschi fanoni. La navigazione umana è setacciata, analizzata, respinta o inglobata nel grande ventre della Rete.
Nella tecnica mista “Giona” ho ricavato un’intelaiatura esagonale da una piccola tela, ritagliandone il centro e congiungendo i lati con filo interdentale che ricopre l’intera superficie interna. Inizialmente avevo pensato a due bocche, ma, procedendo nel lavoro, mi sono accorta che due corpi opachi applicati su un light box di cm. 60X60 ne avrebbero diminuito eccessivamente la luminosità, oltre a non essere funzionale alla metafora. Simbolicamente rappresenta la bocca della grande balena informatica, dotata di questi fanoni altrettanto allusivi che filtrano i dati provenienti dalle attività umane sul web.
Il numero 6, che ritorna nella rappresentazione (la dimensione del lihgt box, il numero dei lati della bocca), rappresenta l’Uomo, che è stato creato il sesto giorno, ma anche, se ripetuto tre volte, la Grande bestia, il 666 che ostacola il percorso verso la vera libertà e la consapevolezza di sé. Secondo René Allendy, psicologo e omeopata francese autore di parecchi saggi, “il sei è il simbolo dell’opposizione della Creatura al Creatore, che è l’origine di tutte le ambivalenze legate a questo numero, nel suo pendolarismo tra il bene e il male”.
La bocca esagonale sta infatti per inghiottire un uomo che nuota nelle acque trasparenti del web, lasciando tracce che eccitano famelici algoritmi, illusoriamente libero di navigare ma in effetti prigioniero di chi detiene il vero potere, quello economico, che gli permette di dominare attraverso il possesso della tecnologia di cui tutti facciamo largo uso.
Ho ricoperto il bordo dell’esagono con resina epossidica, che vuole richiamare la pelle della mia balena informatica. La resina, di solito trasparente, in questo caso flessibile e avvolgente, è il materiale ideale che mi permette di dare esattamente la misura della “prigionia trasparente” dell’uomo contemporaneo. Dapprima fluida, diventa quasi impenetrabile, lascia intravedere, conserva in sé, ma nello stesso tempo blocca qualsiasi movimento autonomo degli oggetti che vi imprigiono. Il concetto di trasparenza è ribadito dall’uso del plexigas, su cui ho fatto stampare il file dell’opera eseguita in acrilico su tela e successivamente elaborata digitalmente: trattiene l’immagine e si lascia attraversare dalla luce retrostante del light box a led.

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Non ti avvicinare

Cr. ph. Lorenzo Lucatelli per il b/n, sconosciuto per le altre

Dello spettacolo teatrale “Non ti avvicinare”, scritto, diretto e musicato da Valerio Incerto, abbiamo già abbondantemente detto sui vari social dell’Associazione Evuz Art che lo ha patrocinato.
Vogliamo però parlare nel dettaglio della scenografia di Samantha Bonanno, socia di Evuz Art, che pure si lega alla trama recitata da Claudio Taroppi, Daniela Colombi, Maurizio Donati e sottolineata musicalmente da Mauro Magani: un intreccio ordinato e irregolare di fili rossi che si tendevano da un lato all’altro della Sotterranea vecchia del Castello di Vigevano a formare spazi irregolari , contigui eppure separati dalla fune stessa.
Una vera e propria installazione minimalista, e proprio per questo estremamente efficace nel comunicare il proprio messaggio. metafora dello spazio in cui ci troviamo a muoverci noi esseri umani, vicini e distanti a seconda del momento, eppure in qualche modo sempre separati gli uni dagli altri. Il destino, che nella trama di Valerio Incerto assume l’aspetto di un antropologo ossessionato dalla prossemica, ci porta ad avvicinarci allo spazio vitale di un’altra persona, a entrare momentaneamente in sintonia con il suo vissuto, i suoi pensieri, i suoi sentimenti. Eppure quel tenace filo rosso diviso in losanghe irregolari separa irreparabilmente, stabilisce i confini tra l’Io e il prossimo. Come i porcospini di Schopenhauer, cerchiamo il giusto compromesso tra il bisogno di calore e la necessità di non farsi male.
Forse solo l’amore può scavalcare queste invisibili eppure concrete barriere, anche se per brevi periodi, ma non è facile accettare di rendersi vulnerabili, di annullare le distanze.

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La scelta dell’Angelo


cr.ph. Lorenzo Lucatelli

Riporto il testo della performance teatrale “La scelta dell’Angelo”, splendidamente interpretata da Elisabetta Ubezio e Claudio Taroppi il 28 settembre presso la Sala del Duca del Castello Sforzesco di Vigevano. È stata creata in occasione del Festival delle trasformazioni 2019, organizzato da Rete Cultura in sinergia con le altre Associazioni culturali di Vigevano tra cui Evuz Art di cui faccio parte.
Il brano di Valerio Incerto “Benny Incastro” ha arricchito musicalmente l’evento.
La performance è liberamente ispirata alla scena dell’incontro nel film “Il Cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, nel quale un innamorato angelo Damiel decide di incarnarsi per amore di Marion.

LA SCELTA DELL’ANGEL0

DAMIEL: Mentre ti guardavo da lassù, dai tetti di Berlino, la tua fragilità e la tua solitudine erano diventate le mie. A un certo punto mi sono reso conto che ti amavo più di chiunque altro abbia mai amato, più intensamente di quanto uno di noi dovrebbe amare un umano. Noi non possiamo interagire con la vostra vita, ma vediamo le vostre pene, osserviamo i piaceri che vi derivano dalla carne, quella carne che da fonte di piacere diventa peso man mano che passano gli anni. Ti ho amato tanto da non saper distinguere dove finiva il mio dolore e dove iniziava il tuo. Così forte, ti ho amato, da sentire ogni tuo desiderio appartenermi, cosi tanto da godere con te quando godevi, da soffrire con te quando la vita ti feriva.

MARION: Ero sola. Sono sempre stata sola, anche quando stavo con qualcuno ero sola. I miei pensieri, i miei sentimenti profondi non riuscivano a uscire dalla mia testa, solo il mio corpo parlava un poco, ma era un modo sommesso e unilaterale di amare l’altro, senza riuscire a perdermi. Ero paesaggio distante immerso nella nebbia, ero acqua che scorreva senza squillante allegria.
Poi ti ho incontrato e ti ho riconosciuto: sei tu, sei solo tu l’uomo che aspettavo, ma forse non sei abbastanza uomo. Quello che di angelico c’è in te ci separa, non ti sento nella luce che ti circonda, sono troppo in ombra per vederti con chiarezza. Eppure sento di appartenerti dalla notte dei tempi come diresti tu, di essere la tua donna da sempre.

D. Possono due spiriti sovrapporsi talmente da generare materia di un terzo tipo? Io lo penso, questa esperienza l’ho vissuta al punto che ora non riesco a separare la mia luce dalla tua.
Piano piano ho desiderato di entrare nella carne, nonostante sapessi che questo avrebbe significato la perdita dell’immortalità, ho desiderato fondermi in te non solo come ombra di luce, ma con un corpo vero che fosse in grado di sentire il tuo corpo, con uno sguardo che si perdesse nel verde dei tuoi occhi, con due mani capaci di prendere le tue dita e sentirle una ad una, facendo rotolare ogni spigolo osseo e ogni rotondità di carne tra le mie.

M. Deciditi, Damiel, devi prendere una decisione o io sprofonderò nella mia ombra senza vedere il chiarore della tua luce e saremo distanti, per sempre. Lo senti come siamo connessi? Io ascolto le tue vibrazioni d’amore e mi faccio strumento di musica, mi apro completamente a te, fino in fondo mi apro al tuo desiderio e voglio accoglierti in me, accoglierti tutto intero, anima e corpo. Senti la vita che mi scorre dentro? È il calore del sangue, che trascina nel percorso vette irraggiungibili di piacere, ma anche picchi di dolore che neanche puoi immaginare, è giusto che tu sappia.

D. Non mi bastava più seguire le vicende di Hans lo spazzino e Frieda la giornalaia e tornare da te ogni tanto; avevo bisogno di tenerti sott’occhio ogni momento, di sapere dov’eri, con chi dividevi il tuo sguardo; ho cominciato a provare, insieme all’amore, un altro sentimento umano che nulla ha di angelico, e iniziato a invidiare chi sentiva il profumo della tua pelle mentre fendevi l’aria con il tuo corpo, chi rispondeva al tuo sorriso con un altro sorriso. Benché lo spirito non abbia peso, ho sentito tutta la pesantezza della mia condizione, l’assenza del piacere intenso e caduco che deriva dai sensi. Assurdamente ho cominciato a detestare l’eterna beatitudine a cui ero condannato dalla notte dei tempi, e la consapevolezza dell’incompatibilità della mia condizione con la tua annienta qualsiasi altro pensiero. Non riesco più a sopportare che tu possa sognare, progettare, esibirti, e lo possa fare senza avermi accanto, fisicamente accanto, non come una presenza angelica che non vedi e non tocchi.

M. Deciditi Damiel, e saremo una cosa sola: due nuovi Adamo ed Eva, i progenitori di una genìa diversa, un armonico insieme di carne e di spirito. L’amore ci renderà immortali. Che cosa conta l’eternità se saremo universi interi e infiniti l’uno per l’altra?
Non è forse una dannazione perpetua non poter soddisfare il desiderio che ci spinge l’una verso l’altro? Non significa anche questo disobbedire ai piani dell’Amore eterno?
Io ti amo, Damiel, e sento che lo stesso sentimento mi arriva da te. Abbandona le ali, ti prego, e io ne cercherò di nuove e di diverse, per te e per me, più terrene, che possano farci realizzare il volo che entrambi vogliamo.

Legenda interpreti:
Damiel: Claudio Taroppi = D
Marion: Elisabetta Ubezio= M

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Arte come trasformazione: la scelta dell’angelo

EVUZ ART

ARTE
COME TRASFORMAZIONE: LA SCELTA DELL’ANGELO

In occasione del Festival delle trasformazioni della città di Vigevano, organizzato da Rete Cultura Vigevano, Evuz Art propone il seguente programma:

La
parola arte deriva dalla radice ariana “ar” che vuol dire
andare, mettersi in moto, muoversi verso qualcosa e, in senso
traslato, adattare, fare in maniera adeguata. La trasformazione è
quindi un aspetto implicito nel lavoro dell’artista, che cerca
incessantemente forme adatte a ciò che vuole esprimere: tras-forma
la materia attraverso il proprio fare, arte-fa, e proprio di questo
ci parlerà Domenico Spinosa, docente di estetica all’Accademia di
Brera.
Il suo intervento tratterà della forma-cinema a partire
dal film “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders per
spaziare nel campo delle arti visive e della filosofia, mettendo a
confronto la figura dell’angelo nell’arte di Paul Klee e di Anselm
Kiefer e il pensiero di Benjamin Franklin.
Durante la relazione
sarà affiancato da…

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Il siero primordiale

20190830_154158 THE DOWRY- AN EVOLUTION HYPOTHESIS
Testavi la temperatura del latte con il gomito piegando appena il braccio, Il termometro era roba inutile per ricchi, e non era il nostro caso. Doveva essere intorno ai 36 gradi, la temperatura del corpo vivo. Allora spegnevi il fornello e aggiungevi il caglio. Piantavi un mestolo di legno rovesciato appoggiandolo al bordo del pentolone, avrebbe fatto da sentinella per sapere quando la cagliata era dura abbastanza da essere lavorata. In quella mezzoretta rassettavi svelta la cucina, con le mani abili e nervose passavi la spugna strizzata su ogni superficie libera; non faccio fatica a ricordarne la forma, sono le mie stesse mani.
Veniva quindi il momento di raccogliere la cagliata, il manico del mestolo si faceva spazio a fatica spezzando la cagliata. Rimettevi sul fuoco il pentolone e la raccoglievi a pezzi con le mani nude, strizzandoli per bene prima di sistemarli nelle fascette di vimini intrecciato. Io ti stavo vicina, sapevo che prima o poi mi avresti allungato un pezzetto di toma, ma non chiedevo.
Sarebbe stato inutile, anzi, controproducente. Quel boccone squisito che sottraevo alla forma definitiva che sarebbe diventata formaggio, significava meno companatico da mangiare in futuro, un bene prezioso. Imparai già da allora che i piaceri più intensi sono quelli rubati e che si pagano amaramente con conseguenze negative sul futuro.
Una volta raccolta la cagliata, era il turno della ricotta: al siero aggiungevi succo di limone e rigiravi l’intruglio sul fuoco con un rametto di fico. “Scendi a prenderlo”, dicevi, “e guarda che perda il latte quando lo spezzi.”
Pian piano la ricotta affiorava, la raccoglievi con la schiumarola e l’appoggiavi nelle fondine dopo avervi versato un po’ di siero e di pane pugliese a tocchetti. Quello sarebbe stato il nostro pranzo, uno squisito pranzo da re che pochissimi ormai possono permettersi.
Oggi mi manchi, mamma, due anni fa hai abbandonato per sempre questo siero primordiale dove la natura fa una cagliata dopo l’altra, buttando via alla fine quello che dopo la ricotta rimane.
Alcuni dicono frasi retoriche come “è salita in cielo” “è entrata nella schiera degli angeli” e una volta ci credevo anch’io. Vorrei tanto illudermi ancora, ma sono troppe le assenze, troppi i vuoti che non riesco a colmare se non con il ricordo, e pure quello, col tempo, tende a svanire.

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