A lungo ti ho atteso

Video dell’installazione: Laica trinità n+n=2n      

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A lungo ti ho atteso,
sei ciò che mancava
a un corredo completo
ma fine a sé stesso.

Ci pieghiamo alla vita,
come giunchi dispersi
nella tormenta dei sensi
aneliamo all’amore.

Nella caverna dell’umano sentire
-faccia alla roccia-
del fuoco eterno
carezziamo il riflesso.

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Clessidra era il nome del gioco

Personalità frammentata IANNELLO con collage di WIDMER E CACCAMO

Opera: Personalità frammentata, acrilico e collage su carta- 48X33
serie “Arte associata”di GIUSE IANNELLO, con frammenti di WIDMER e SALVATORE CACCAMO –
Testo di Giuse Iannello.

 

Che me ne faccio, infine,
di questo amore inutile
che non mi scalda l’anima
come seta d’inverno la pelle,

nello specchio riflette la fiamma
che mi ha acceso di fuoco la vita
ed ha smosso la pancia nel buio
proiettando di giorno il rimando
di parole mai dette, incallite escrescenze.

È Cupido che ha dato le carte,
entusiasta mi sono fidato
-vecchio bimbo di dura cervice-
preparando lo spazio in partita.

Fiori ho messo al mio tavolo verde
fiducioso aspettando il compagno
che per strade tortuose s’è perso,
forse mai è davvero esistito.

Non mi disse, il mendace fanciullo,
che Clessidra era il nome del gioco,
solitario che non ha scopo alcuno
se non quello del vacuo gioire
nell’avere ammazzato un po’ il tempo.

Mi ritrovo soltanto più vecchio
con l’abbaglio d’ingenuo sentire,
m’ha riempito di lacrime il dotto,
questo amore di vacua sostanza.

Solo e cieco ora abbaio alla luna
che si muove all’interno del secchio.

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Il tempo della brina

Ph Credit Antonio BiagiottiRisultati immagini per  brina

Passerà il tempo della brina,
Amore mio,
stanne certo.

Soli splendenti mi sfioreranno
l’anca nel tuo letto
fiorito di rabbia e di parole.

Percorreremo insieme
le strade del dolore
d’essere ancora vivi,
sconteremo i peccati
gemendo nel  piacere.

Lunga è la via che
conduce all’assenza,
il tuo corpo bianco
la strada maestra.

Stella che arde
nel grigiore del mattino
-la mia bocca- spalancherà
l’inferno di terribile potenza.

Quando l’Amore ricorre
alla vita è vano, credimi,
opporgli resistenza.

Colonna sonora Amore che vieni Amore che vai

 

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FUORI STAGIONE

2008-nevicata sulla lancaNEVICATA SULLA LANCA – tecnica mista 70×75 Giuse Iannello

 

Copristi un seme -era d’autunno-
e dalla terra smossa
un germoglio sfidò il tempo.

A ottobre il vento lo cullava,
il sole sorrideva tenero
ai suoi verdi progressi.

Poi fu l’inverno, amico delle streghe,
e coprì tutto di bianco spessore.
Non si curò del tenero virgulto
la neve che il mondo pareggia.

-È ancora piccolo, gridasti risentito:
lascialo crescere, che diventi adulto,
che fiorisca e dia frutto.-

Rise di te la tramontana,
ti fischiò all’orecchio:

-Non lo sai dunque che ogni cosa
ha la giusta stagione?
C’è un tempo per nascere
e un altro per morire.

Solo gli uomini stupidi
piantano semi al freddo
credendo che l’amore li riscaldi.

Non basta amare per suscitare vita,
ci vuole terra calda
e il giovane sole che ad aprile rosseggia.

Risparmia le tue lacrime, stolto,
e lascia che il seme muoia.”

Le mani in tasca, il cuore al buio,
lasciasti alla neve il prigioniero.
Era soltanto un sogno,
ti convincesti infine.

La porta si richiuse alle tue spalle
lasciando fuori le speranze e il gelo.

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Epifanie posticipate – della virilità

ulisse Fehmiu Bekim nel ruolo di Ulisse

Si era svegliata alle 5,30 del mattino dopo aver fatto un sogno apparentemente tranquillo, neanche fosse un incubo da cui scuotersi. Allora aveva cominciato ad analizzarlo, chiedendosi cosa avesse di così inquietante. L’unica cosa che le si ripresentava alla mente era la corta minigonna di tessuto grigio tipo tweed che lui, l’uomo che aveva amato, indossava alla fine del sogno, durante un momento di relax. Dove aveva già visto quel gonnellino dal taglio essenziale, quasi maschile? All’improvviso la rivelazione: Ulisse, il mitico eroe la indossava! Appena trovato da Nausicaa, ripulito e accolto a corte, mentre raccontava come riuscì a salvare i compagni dalle grinfie di Polifemo.

“Le avventure di Ulisse” di Franco Rossi: può un’opera d’arte essere tanto potente da condizionare la vita di chi guarda? L’aveva vista da adolescente, rivista da giovane donna, assaporata da adulta: un insieme magico di suoni-immagini-parole scaturite dalla fantasia di un narratore a sua volta fantastico che aveva cambiato la sua vita. Da quel momento gli altri due sensi non impegnati, l’olfatto e il tatto, ma aggiungiamoci pure il sesto, erano stati impegnati per conto degli altre tre a cercare lui, il Maschio perfetto ai suoi occhi: la Testa, la scaltrezza, il Corpo, la sensualità, il pragmatismo, la trasgressione, la tradizione, la ricerca; insomma Ulisse, la Virilità incarnata. In ognuno degli uomini della sua vita aveva creduto di trovarne un pezzo, e ancora non smetteva di cercare. Era stata Nausicaa l’accogliente, Circe l’incantatrice, Penelope la sposa saggia e fedele.

Può un’opera d’arte condizionare la vita di chi guarda? Sì, decisamente può.
Le avventure di Ulisse, di Franco Rossi

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Di odori e fragranze

“Tutti abbiamo un odore che racconta chi siamo diventati e chi vorremmo essere.”
Paola Cereda in “Confessioni audaci di un ballerino di liscio”, Baldini & Castoldi ed.

   Ci sono odori che è difficile dimenticare e quasi impossibile definire con precisione, ma che riconosciamo immediatamente appena torniamo a respirarli: gli ospedali, le scuole, gli uffici comunali che somigliano alle scuole ma hanno qualcosa di più stantio, gli ambulatori veterinari, i panifici, le pasticcerie, i bar, le gastronomie, per non parlare delle pescherie o delle pizzerie. Le pizzerie sanno sì tutte di pizza, ma ognuna di loro ha un suo odore prevalente.  Le officine meccaniche, le farmacie, i bar. L’aroma del caffè, la buccia del mandarino, il ragù di carne che cuoce lentamente, il pesto, il vino che va in aceto. La gomma per cancellare, l’olietto diluente, l’acquaragia, la resina, le matite.

   Chi può scordare il profumo dell’erba appena tagliata, delle magnolie in fiore, delle rose di maggio e quello aspro di latte vegetale della pianta di fico, che diventa acido e marcescente quando i frutti cadono a terra in avanzato stato di maturazione? L’odore delle foglie autunnali impregnate di pioggia, della terra rivoltata nei campi, quello asettico della neve.

Alle elementari a volte avevo il privilegio di una barretta di cioccolato al latte e nocciole, in questo momento non ricordo la marca. Capitava solo raramente, non è che ci fosse troppo da scialare. Era avvolta in una stagnola dorata: la aprivo con religiosa attenzione, mangiavo il cioccolato lentamente durante la ricreazione e ripiegavo la cartina ritirandola sotto al ripiano del banco. Di tanto in tanto, durante le ore successive, la riaprivo e la annusavo, perdendomi beata nel suo profumo.

Le case hanno una propria emanazione olfattiva: una sa perpetuamente di broccoletti, un’altra di muffa, un’altra ancora di polvere, o di sapone di Marsiglia.
Gli animali hanno un sentore che è proprio della specie cui appartengono, ma ne hanno anche uno che è tipico di quello specifico esemplare. Chi ha avuto gatti, o cani, ma anche canarini, lo sa perfettamente.

L’odore fa parte della nostra identità e, come questa, è quanto di più difficile da auto-definire. Gli altri, in proposito, ne sanno sicuramente più di noi. Anche in base a questo ci si ama o ci si odia, non essendo neppure troppo consapevoli di  quanto incida il nostro naso nelle scelte di chi frequentare.

Un bambino  cui davo ripetizioni da ragazza aveva un afrore, nei capelli, che non ho più dimenticato: un sentore di peccato e di innocenza insieme, mescolato a quello tipico del cuoio capelluto. E come scordare l’odore di cipolla rosolata del magazziniere del calzaturificio dove ho lavorato per qualche tempo? Non so più il suo cognome, né quanti anni avesse, ma riconoscerei all’istante la scia non proprio piacevole delle sue ascelle.

Poi c’è l’alito, e quelle fragranze intime che conosci solo se con qualcuno ci hai fatto l’amore, o ci hai vissuto insieme: la puzza dei piedi, sì, anche quella è strettamente personale, il profumo del dopobarba che la pelle trasforma in qualcosa di diverso, l’afrore del sesso; la pelle dei neonati che sa di borotalco e burro, l’odore dei vecchi che sono stanchi di lavarsi. E c’è l’odore della morte, che si cerca di camuffare con accorgimenti tecnici di refrigerazione e omaggi floreali che impregnano le stanze dell’estremo commiato. Eppure i gigli  di quelle stanze hanno un che di soffocante, ben diverso dalla freschezza del negozio di fiori da cui provengono.

L’olfatto, tra i sensi, è forse quello più difficile da ingannare.

   La storia di Frank Saponara, dalla cui lettura partono queste mie riflessioni, è quella di un cinquantenne ballerino di liscio, tombeur de femmes e proprietario del dancing “Sorriso”, ed è anche la storia della ricerca del proprio odore, “l’odore della vita che scorre” e della propria identità. Paola Cereda l’attraversa con leggerezza e acume, accompagnandoci piacevolmente a scoprirli insieme a lui.

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SECONDA PELLE

locandina seconda pelle Casa Merini def.Ripropongo il bellissimo testo che Enrico Prada mi ha regalato in occasione di “Pelle”, più che mai attuale mentre stiamo preparando “Seconda pelle” per Casa Merini.
La manifestazione (2-9/12-2017) fa parte degli eventi che il Comune di Milano promuove per smuovere le coscienze di fronte ai ripetuti, quotidiani, episodi di violenza come stalking, violenza fisica e psicologica, abusi sessuali, episodi di bullismo e cyberbullismo, femminicidi.
L’iniziativa del Comune si intitola “L’indifferenza dei buoni- oltre la violenza”
Ecco il testo:

“Pelle. Sostantivo femminile. In senso generico: organo di rivestimento esterno del corpo dell’uomo o degli animali. Ma pelle non è solo involucro o scafandro per muscoli e ossa. Pelle è anche luogo e strumento.

Pelle è strumento del tatto, il senso, tra i cinque, che dispensa sensazioni che hanno doppio movimento: in uscita (io tocco), in entrata (io sono toccato). Accarezzo, sono accarezzato.

Pelle è strumento di esperienza e conoscenza: l’ho vissuto sulla mia pelle, recita il vocabolario. O strumento di istinto: non so spiegarlo, ma quella persona, a pelle, mi piace/non mi piace.

Pelle è maestra: ci insegna il caldo, il freddo, in tutte le loro sfumature di tepore o gelo.

Pelle è luogo emotivo. Nel piacere: quella musica mi ha fatto venire la pelle d’oca

o nell’orrore: una scena da far accapponare la pelle.

Pelle è luogo di colori. Arrossisce per timidezza, imbarazzo, collera. Imbrunisce con il sole, arando i campi o pescando in mare. Sbianca di paura o malattia; si fa cianotica per asfissia o congelamento; a tempo scaduto prende il pallore mortale della fine.

Pelle è luogo di piacere: canta e freme sotto carezze e abbracci. O al contatto di labbra dischiuse.

Pelle è luogo di discordia. Lo sanno i nativi d’America, che gli Yankees chiamavano pellerossa. Basta che la pelle sia olivastra o nera o gialla o bianca per scatenare odio, violenza e diventare luogo di martirio: ferite, torture, mutilazioni infami.

Pelle è luogo della Memoria. Quella ancestrale e atavica di quando, immersi nell’acqua, ritroviamo il piacere di essere stati pesci o feti. Quella quotidiana, quando le nostre rughe ci ricordano le nostre fatiche o i dispiaceri.

Pelle è un libro, cronaca del Tempo che scrive il nostro corpo: incanutisce i capelli, riempie di macchie mani e braccia, lascia cadere i seni e affloscia i muscoli.

Anche la Terra è Pelle. Con i suoi campi, erbe, monti, acque, sentieri e strade. Pelle che calpestiamo o navighiamo tutti i giorni.

Pelle. Sostantivo femminile. In senso generico: organo di rivestimento esterno del corpo dell’uomo o degli animali. Ma pelle non è solo involucro o scafandro per muscoli e ossa. Pelle è anche ciò di cui è rivestita la nostra anima.”

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