“LETTERE APPASSIONATE” di Frida Kahlo

Questo non è un romanzo, non ha niente di letterario. Questo libro, “Lettere appassionate” di Frida Kahlo, ed. Abscondita, è una raccolta di lettere che Frida ha scritto a partire dall’incidente in cui, appena diciottenne, il corrimano di un autoubus le trapassò il bacino fuoriuscendo dalla vagina. Si fratturò anche due vertebre lombari, il femore e  il piede destro, già problematico a causa della poliomielite contratta in età infantile e che le sarà amputato poco prima di morire. Sono lettere indirizzate all’amatissimo Alejandro Gomez Arias che, forse per assecondare i genitori contrari al suo legame con Frida, andrà in Europa a perfezionare i suoi studi, agli amici , e una a Diego Rivera che sarà l’uomo della sua vita. Sono un ininterrotto grido di dolore che Frida ( che all’inizio si firmava Frieda) lancia addosso ai suoi interlocutori, velandole appena di quell’ironia che rivolge soprattutto a se stessa, e nello stesso tempo sono un inno alla vita, alla bellezza della vita, alla forza delle passioni, siano esse politiche, artistiche o sentimentali. Frida è una donna che ama appassionatamente, liberamente, senza ostacoli di natura morale che ritiene borghesi, arrivando a intensificare  rapporti con le donne quando la sua condizione fisica non le permetterà più di averne con gli uomini . Non accetterà mai, però, il tradimento di Diego Rivera con l’amata sorella Cristina e da quel momento in poi, oltre a essere malata nel corpo, lo sarà anche nell’anima. Divorzierà e poi risposerà Diego Rivera, ma gli imporrà l’astensione dai rapporti sessuali con lei. La storia di Frida Kahlo, come donna e come artista è anche la storia del suo corpo: ferito, martoriato, imperfetto, incapace di portare a termine tre gravidanze per l’incidente subito. Proprio questo corpo Frida dipingerà incessantemente, in una serie di autoritratti in cui è spietata con se stessa, quella se stessa fisica che vede riflessa nello specchio spesso appeso sopra il suo letto nelle lunghe convalescenze, ma in cui riconosce qualcosa di altro  da Sé. Si raffigura senza alcuna condiscendenza, accentuando l’unione della scure sopracciglia, non tralasciando la peluria che le copre il labbro superiore. Arriva a ritrarsi sdoppiandosi nel quadro “Le due Frida”,  o abbandonata sul letto d’ospedale dopo l’ennesimo aborto. Un tema, quello del doppio, che svilupperà in molte altre forme nella sua pittura. E’ il suo corpo il vero nemico da battere, l’antagonista di quell’anima appassionata e fiera che chiede solo di vivere e di godere dei piaceri della vita. Oggettiva nei quadri l’odio-amore per quel corpo che la tradirà per tutta la vita, curandolo nello stesso tempo in maniera altrettanto ossessiva  e costruendosi un’immagine personalissima, etnica e nello stesso tempo sofisticata, con le  lunghe gonne tradizionali Tehuana e monili di pietra, che le “gringos” americane le copieranno cercando di somigliarle invano. Uomini come Lev Trovsky e il fotografo Nickolas Muray perderanno la testa per lei, proprio per quel suo essere se stessa, diversa da tutte le donne, uguale a nessun altra. Le lettere però non dicono quello che invece i suoi quadri e le foto rivelano palesemente. Frida non sorride mai all’obiettivo, altera e alternativa  sembra non curarsi di chi la guarderà in quelle immagini. Eppure i suoi occhi trapassano il piano orizzontale arrivando dritti al cuore, facendoti venire un nodo in gola formato da un groviglio di lacrime di compassione e di rabbia   che non riesce a sciogliersi nemmeno alla fine del libro, e ti porterà a riguardare ancora una volta i suoi quadri, fino alla visione dell’ ultimo , una natura morta dai colori accesi che a pochi giorni dalla morte intitolerà “Viva la vida”.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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