Il sublime e il volgare convivono nello stesso libro #libri #Busi

Seminario sulla Gioventù

di Aldo Busi

Credo che Busi ritenga questo libro un po’ il suo testamento spirituale, perché l’ha ripreso spesso , tanto che quella letta da me è la “nuova edizione totalmente riveduta dall’autore”. Un po’ come Leonardo fece con la Gioconda,  quadro costantemente al suo seguito e ritoccato più volte. Fosse anche solo per questo, “Seminario sulla gioventù”  merita il rispetto che è dovuto a qualsiasi esperienza umana. Dopo un incipit da storia della letteratura (e nella storia della letteratura rimarrà anche perché Seminario sulla gioventù segna la rivincita del racconto, della narrativa dopo l’ubriacatura di saggistica degli anni settanta) che mi ha tolto letteralmente il fiato per la bellezza e la verità che contiene -“ Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza…..”- Busi ripercorre l’infanzia di Barbino, il terzo figlio di una povera famiglia della provincia bresciana. Il padre, bellissimo d’aspetto ma dedito al dolce far niente, rifiuta addirittura di vederlo per lungo tempo per la delusione che non sia nata la femmina tanto desiderata. La madre sgobba dalla mattina alla sera per mantenere tutta la famiglia, compresa Lucia, l’ultima nata, che sarà anche l’unica che Barbino riuscirà in qualche modo ad amare. Questa  è, a mio parere, la parte migliore del libro, dove gli odori e le atmosfere della campagna bresciana ti arrivano diritti al cervello, mettendo in moto ricordi, sensazioni, emozioni  che portano Barbino a scoprire cosa vuole veramente, a tentare di andare all’essenza del proprio essere al mondo. Indimenticabile l’episodio della vestaglia materna, pregna dei suoi umori, che Barbino indossa per gioco e che probabilmente segnerà la sua sessualità  futura, quando a quattordici anni  lascerà la casa paterna per andare incontro al suo destino e al suo essere “diverso”. Diverso perché omosessuale, differente perché nella sua testa niente conta quanto la Parola: letta, studiata, impastata in favole apocrife, come lui le definisce, o cesellata sui movimenti dell’anima. Ma niente, in questa sezione, è lasciato al caso; ogni episodio ci racconta qualcosa e ne capiremo appieno il significato nel prosieguo del racconto. Il tutto con una prosa attenta e talentuosa, a tratti raffinata, con grande varietà lessicale, arrivando a usare, credo per consapevole scelta stilistica, alcuni termini  inconsueti , senza tuttavia scadere mai nello stucchevole accademismo. E’ che  dopo, ahimè, vengono gli anni  della giovinezza e della maturità sessuale, che nel libro si traducono in martellanti episodi di prostituzione e ripetuti rapporti anali e non, che diventano il fulcro centrale del racconto. A Parigi, dove un  Barbino ventenne avrà la protezione di tre donne particolari, il protagonista condividerà la casa di Arlette, la più giovane del trio, che si innamorerà, non ricambiata, di lui. Geneviève,  bella ed enigmatica, si scoprirà alla fine essere Il Minotauro presente in un sogno di Barbino e  non ci vuole molta fantasia per capire perché Busi  usi  questo riferimento mitologico… Insomma, anche questa donna bellissima alla fine è un uomo e si inchiappetta (scusate la volgarità, ma ormai Busi  mi ha contagiata) le altre due. Suzanne, la terza, è la probabile compagna fissa di Geneviève. E qui mi sono chiesta perché mai due donne dovrebbero avere solo rapporti  anali con un uomo travestito da donna…ma forse sono troppo “normale” per capire… Che tipo di perversione è mai questa, e Geneviève è un travestito , un ermafrodita? Sinceramente ormai che ho chiuso il libro non me ne frega più niente, ma sono pronta a leggere un altro romanzo di Busi se qualcuno me ne segnalerà uno in cui l’autore dimentica per qualche istante di essere omosessuale e di dovercelo ricordare a ogni pagina. Lucio Dalla, per fare l’esempio di uno  a cui Busi  ha rinfacciato di non avere mai fatto outing, ha creato canzoni che sono capolavori senza per forza sbandierare ai quattro venti le lenzuola del suo talamo. Anche il sesso fa parte della letteratura, perché la sessualità è certamente un aspetto fondamentale  della personalità di ognuno di noi , pur  non essendo il più importante, ma mi chiedo se un libro (la seconda parte di questo libro) ,dove il racconto sfiora l’esibizionismo e sembra non avere altri scopi, possa ancora considerarsi  letteratura . Sono per queste mie opinioni omofobica (omofoba, come mi ha corretto erroneamente una sedicente “Oriana Fellatio”- l’Accademia della Crusca ammette entrambi i termini-quando una versione di questa recensione fu pubblicata su Anobii),  consigliandomi di “non lanciarmi in recensioni”? Premetto che il mio motto è “vivi e lascia vivere”, quindi  non mi ritengo né omofoba, né sessuofoba. E’  che  nella mia personale idea di estetica il bello non è mai ridondante, e caratterialmente tendo a essere borderline, ovvero a tenermi un gradino appena sotto gli eccessi. Di qualsiasi tipo, contentissima che uno strumento democratico come il web permetta anche a chi non è nessuno, come me, di dire come la pensa, a costo di disturbare chi ha opinioni diverse dalla mia, cara Oriana Fellatio.
Almeno io ho il coraggio di dire come mi chiamo e di metterci la faccia, quella vera.
 

 

 

 

 

 

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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