La vita non è la letteratura, la vita si vive con le lacerazioni e il dolore @CasaLettori @CircoloLettori

Vita e morte di un ingegnere
Di Edoardo Albinati

vita e morte di un
Rispetto al passato e alle persone che abbiamo amato si possono provare due sentimenti a volte contrastanti, altre complementari: il rimorso e il rimpianto.
Credo che nel libro di Albinati prevalga il rimorso, anzi sono convinta che abbia sentito l’esigenza di scrivere questo libro perché non è mai riuscito a vivere con pienezza il rapporto con il padre.
Il senso di colpa per aver deciso di fuggire spesso, provando un gran senso di sollievo per la distanza posta tra il problema della malattia paterna e se stesso, ha fatto il resto.
L’ultimo addio è descritto come un intralcio agli impegni quotidiani dei figli, che non trovano di meglio che guardare l’orologio , ansiosi di tornare al lavoro.
Tutto questo gli ha dettato un libro scritto benissimo, d’altronde al capezzale paterno pensava giusto alle parole che avrebbe potuto usare per descrivere quell’esperienza.
E questo, mi dispiace, non glielo posso proprio perdonare.
La vita non è la letteratura, la vita si vive con le lacerazioni e il dolore, poi al limite, a freddo, si elaborano le esperienze e le si racconta .
Ho provato un senso di disagio estremo nel ruolo di lettrice, come se, da estranea, fossi stata al capezzale di quest’uomo morente a spiarne gli spasimi per mancanza d’aria, le meschinità corporee che la malattia porta con sé.
Se fosse stato il personaggio di un romanzo forse sarebbe stato diverso, ma quest’uomo morente aveva un nome e un cognome, era il padre di colui che portava avanti il racconto. E questo fa la differenza.
Io ho amato tantissimo la figura di questo Ingegnere, imprenditore dedito al proprio lavoro che non ha mai dimenticato il ruolo che gli operai hanno avuto nella costruzione del proprio benessere economico; abile e intelligente con la giusta dose di ironia e autoironia che non lo abbandonerà mai, neppure negli istanti che precedono il precipitare ultimo della malattia.
Solo la morte avrà ragione di lui, la morte che è “ oscena e semplice, un sibilo”.
Mi sono talmente affezionata a questo padre da sperare assurdamente, contro ogni logica, che la fine del libro fosse diversa, ho infantilmente auspicato un miracolo che già dal titolo gli era stato negato.
Quindi, Edoardo Albinati è abilissimo a tratteggiarne il carattere, e se dovessi limitarmi a giudicare il libro come opera letteraria dovrei dargli il massimo punteggio.
Ma se questa è un’autobiografia, e lo è, e la letteratura ha anche un ruolo sociale, non posso che muovergli delle critiche.
La sanità che ci descrive è molto diversa da quella che io ho provato sulla mia pelle.
Forse gli Albinati, essendo gente facoltosa, si sono rivolti a strutture private e questo ha contribuito a far diventare il paziente “un prosciutto, da spolpare fino all’osso”, con conseguenti esami inutili e tardivi, un accanimento terapeutico che, ben lungi dal mirare al bene del paziente, tende a rimpolpare le casse dell’istituto di cura. Forse sta qui, la differenza tra la loro esperienza e la mia.
Il discredito che getta sull’intera classe medica è appena affievolito da quell’ultima figura di dottore-amico che assiste l’Ingegnere nel trapasso finale.
Anche questo, mi dispiace, non glielo posso perdonare.
Ho incontrato nella mia vita tanti medici, alcuni molto capaci, altri meno. Qualcuno ha commesso, in buona fede, gravi errori, altri mi hanno salvato la vita. Ma mai ho avuto la sensazione di essere un prosciutto nelle loro mani.
Sicuramente è un libro che fa riflettere, e questo è il risultato della mia riflessione.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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