Marina Bellezza, ma la grande bellezza è altrove @CircoloLettori @amantilibri

MARINA BELLEZZA
di Silvia Avallone -ed. Rizzoli
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La copertina mi è subito sembrata brutta, banale, anacronistica, con colori innaturali e discordanti, e immagini da fotoromanzo. Il titolo, insopportabile.
Quando, oltretutto, ho scoperto che la protagonista è bella, e fa della bellezza uno dei suoi punti di forza, mi sono detta: no, Bellezza come cognome non ci può proprio stare.
Mi chiedo come abbia fatto una grande casa editrice come Rizzoli a sfornare la suddetta copertina, e come abbia potuto avallare il cognome che ha scelto la Avallone (scusate il bisticcio di parole). Qualcuno glielo dica che non siamo più ai tempi di Marcellino pane e vino, please!
Vabbè, fin qui ho elencato le pecche dell’editore, di cui l’autrice potrebbe non avere alcuna responsabilità,
ma del contenuto è sicuramente corresponsabile, la prima responsabile direi.
Il racconto comincia bene, in maniera originale, con la morte di un cervo, investito da tre amici tra le montagne del biellese. Ed è anche ben scritto, tanto che all’inizio mi sono detta “ha talento, la ragazza” e mi sono rammaricata di non aver ancora letto Acciaio, il suo primo, pluripremiato, libro.
Proseguendo la lettura mi sono però accorta di qualche ripetizione di troppo nella descrizione del paesaggio e nel tratteggio del carattere dei personaggi, di stereotipi a ripetizione, di una certa ingenuità ed eccessiva semplificazione nella genesi dei problemi caratteriali dei protagonisti, e comunque un buon lavoro di limatura potrebbe snellire il libro di un centinaio di pagine, senza che la trama ne abbia a soffrire.
Volendo semplificare la storia, tutto ruota intorno all’amore tra due ragazzi, e alla loro crescita umana e professionale ai tempi della grande crisi: quella del nostro tempo, purtroppo.
Sono queste le strade che Avallone indica nel libro come via d’uscita dal difficile momento economico, o perlomeno queste sono le scelte dei suoi protagonisti:
-il ritorno al buon selvaggio secondo Rousseau, ovvero il riappropriarsi delle terre abbandonate dai padri (Andrea);
-la scalata allo sfavillante mondo dello spettacolo in qualità di cantante, con tanto di esibizione canora in bikini per mettere in mostra un fisico da paura, possibilmente dopo aver abbandonato gli studi (Marina);
-l’emigrazione intellettuale (Ermanno);
-l’entrata in politica (Elsa).
Tralasciamo pure le considerazioni sociologiche su queste e altre opportunità, che sarebbe troppo complicato, anzi, impossibile, trattare qui e forse anche altrove, ma voglio comunque dire due parole sui rapporti tra genitori e figli. Non possono essere semplificati come fa l’autrice: da una parte i cattivi, i genitori naturalmente, che parteggiano spudoratamente per uno dei due figli o bevono, o giocano d’azzardo e, a un certo punto, si permettono pure di “abbandonare” i figli alla tenera età di ventidue e ventisette anni, lasciandoli soli ad affrontare un mondo prosciugato di qualsiasi risorsa, che tra l’altro è stata dilapidata proprio da loro.
Capisco la rabbia generazionale per il momento storico che stiamo vivendo, ma sinceramente tutto questo mi sembra un po’ troppo superficiale, e poi è molto comodo addossare tutta la colpa delle proprie scelte agli altri, qualsiasi cosa abbiano fatto.
Alcuni episodi di questo romanzo mi hanno abbastanza sconcertata, essendo incomprensibili alla luce di quanto sappiamo del modo di agire dei protagonisti, ma forse non ho capito io le ragioni per cui la Avallone se li è inventata.
A un certo punto, verso la fine della storia, Andrea va a Tucson, U.S.A, con Marina, per cercare di sciogliere i nodi del suo rapporto conflittuale con il fratello Ermanno.
Quando arrivano a destinazione lascia la moglie a grande distanza dalla casa del fratello, perché “ era una cosa che doveva fare da solo”(?!), poi , quando lo vede, dapprima si nasconde, infine lo chiama per nome, e, dopo essersi guardati a lungo senza muovere un passo l’uno in direzione dell’altro , Ermanno gli risponde. Andrea, a questo punto, che fa? Se la dà a gambe levate, tornando indietro senza neanche salutarlo.
E Marina Bellezza? Marina, dopo aver capito che la fama, il successo, non servono a niente, torna dal suo amato, lo sposa, va con lui in America, scorrazzano d’amore e d’accordo su un suv che è un transatlantico, e, nel capitolo successivo, di punto in bianco si trova al bar del paese, chiama il suo improbabile agente Donatello, e pensa di correre immediatamente da lui per riprendere la scalata alla classifica discografica, senza una frase di ripensamento verso ciò che lascerà, forse per sempre.
Ho però apprezzato, nella parte finale, l’immagine del cervo che, come Marina, fugge lontano. Perché è vero, non si possono addomesticare i lupi e le volpi, e neanche i cervi. E Marina è una figlia di quella natura bellissima e selvaggia, proprio come quel cervo.
Questa immagine chiude il cerchio con quell’altro cervide, quello involontariamente ucciso da Andrea e compagni all’inizio del libro.
Perché l’ho letto, vi chiederete a questo punto, e soprattutto: perché ho speso 18 euro e cinquanta? Perché è nella terna dei finalisti al premio Città di Vigevano 2014, e l’ho acquistato presumendo che il candidato a un premio letterario abbia comunque qualcosa di buono.
Beh, sì, la trovata del cervo mi è proprio piaciuta. Anche il personaggio di Andrea non è male, nel complesso, e qualche frase, qua e là.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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