Lamento di una lettrice su Portnoy @amantilibri

lamento di portnoy

LAMENTO DI PORTNOY

di Philip Roth

Si può parlare male di un libro scritto da un “mostro sacro” come Philip Roth? Si può, anzi. Si deve. Quando, al di là della scrittura che non può non essere di alto livello, quel libro non ci lascia niente. Quando sembra scritto solo per dirimere un conflitto intimo dell’autore. Sesso, rapporto non risolto con la madre, conflittualità tra ebraismo e società americana, e poi ancora rapporti orali e autoerotismo, onanismo, e poi ancora sesso: di questo Il paziente Alexander Portnoy parla al  dottor Spielvogel, cercando di porre rimedio a una (temporanea) impotenza sessuale. La cosa strana è che questo disturbo l’ha colpito proprio durante una vacanza nella terra dei Padri, Israele, interagendo con le donne ebree, così diverse dalle donne americane che Portnoy ha incontrato in America. Nella terra avita, dove il suo sentirsi “diverso” dovrebbe finalmente scomparire e fargli superare ogni conflitto, incredibilmente il suo corpo si ribella, mettendolo completamente in crisi. Portnoy usa il sesso come la via  per ribellarsi al percorso già tracciato nella famiglia ebraica tradizionale, rappresentata dai suoi, che prevede un’ordinata successione di studio, lavoro, matrimonio, figli. Il problema è che la trasgressione, lungi dal rasserenarlo, gli crea continui sensi di colpa e lo porta a scegliere le donne più “sbagliate”. La compagna di studi Wasp (White-Anglo Saxon- Protestant) che con leggerezza rifiuta di  convertirsi, o la modella stratosferica, da Portnoy soprannominata “Scimmia” per un evidente trasporto della medesima per la banana, che ha più di qualche difficoltà di scrittura. Non posso dire che questo romanzo, uscito nel 1967 con grande clamore,  non mi sia piaciuto per niente. Certo, dall’autore di Pastorale americana, che mi aveva entusiasmato per la bellezza e la profondità,  mi aspettavo qualcosa di diverso, anche se ho ritrovato anche qui la centralità del tema caro a Roth, ossia il complicato rapporto tra  ebraismo e cultura americana. Il modulo stilistico del “Lamento” è però completamente diverso: pirotecnico, esplicito, spesso scurrile, colto e riflessivo solo a tratti, specie nell’ultima parte, quando ormai disperavo di trovare qualcosa di completamente diverso da un diario intimo di un Rocco Siffredi complessato.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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