Nella Gioconda c’è la mappa affettiva di #LeonardodaVinci? #arte

E’ vero ciò che sostengono alcuni: nell’occhio destro della Gioconda c’è una “L” lumeggiata con il bianco, e nell’occhio sinistro c’è una “S” in nero, più piccola.
Si ipotizza che queste iniziali stiano per Lionardo e Salaì, che sia insomma uno di quei giochini che da adolescenti abbiamo fatto tutti, scrivendo e riscrivendo l’iniziale del nostro nome e quella dell’amato di turno.
Incuriosita, sono andata all’ingrandimento della foto su Wikipedia http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ec/Mona_Lisa%2C_by_Leonardo_da_Vinci%2C_from_C2RMF_retouched.jpg e ho visto con sorpresa (creduto di vedere?)  che nell’occhio sinistro, a destra di chi guarda, ci sono non una, ma  tre iniziali: una L in marrone che sostiene una C tridimensionale, evidenziata con l’ ocra lungo i bordi esterni, e all’interno della C la famosa S, in nero.
Sono portata a ipotizzare che L stia per Lionardo, C per Caterina, la madre (e anche qui vi rimando ai post precedenti ) o Caprotti (il cognome di Salaì), e S appunto per Salaì, il legame affettivo che ha attraversato quasi trent’anni della vita del Maestro, dal 1490, quando  l’allievo di anni dieci entrò a far parte della sua bottega, al 1519, anno in cui Leonardo morì. Salaì nell’ ultimo periodo della vita di Leonardo in Francia aveva lasciato a Francesco Melzi la cura del genio ammalato, ma si era precipitato da lui appena saputo che le sue condizioni erano peggiorate. Tuttavia, non era presente al momento della morte.
Salaì ha forse rappresentato per Leonardo il figlio mai avuto, ma anche la parte mancante della sua personalità, colui che, in un certo senso, lo completava. “Ogni parte ha inclinazion di ricongiungersi al suo tutto per fuggire alla sua imperfezione”, dice lo stesso Leonardo.
Gian Giacomo Caprotti aveva tutto ciò di cui Leonardo era carente o che dissimulava:  la sfacciataggine, la leggerezza del vivere, il menefreghismo, l’istintualità gioiosa, e Leonardo ne era irresistibilmente attratto e divertito. Non si spiegherebbe altrimenti la sua perseveranza nel tenere un essere tanto “ladro, bugiardo, ostinato e ghiotto”, come lui stesso definisce l’allievo. Indagando sulla vita di Leonardo mi sono convinta che esistesse tra i due anche  una sorta di cameratismo, di giocosa goliardia. Sto pensando al percorso della realizzazione del San Giovanni che ho già analizzato in un mio post precedente,  per esempio.
Leonardo tenne con sé la Gioconda fino alla fine dei suoi giorni, lasciandola in eredità proprio al Salaì. Potrebbe darsi che per lui fosse come un testamento iconico, una mappa in immagini del suo mondo affettivo: la madre Chataria, il Salaì, Francesco Melzi che lo curò con amore.
A quest’ultimo  può aver dedicato il paesaggio che fa da sfondo alla figura e  che mostra tutto il percorso dell’Adda, dall’origine nelle Alpi Retiche (guardate il gruppo montuoso a destra nel dipinto e confrontatelo con la foto), al passaggio nel lago di Como, al suo tortuoso distendersi nella pianura lombarda.
la gioconda ritaglioalpi retiche

I Melzi possedevano, infatti, una dimora di campagna a Vaprio d’Adda, e lo stesso Leonardo ne fu ospite. Conosceva inoltre molto bene il corso dell’Adda, per il quale aveva studiato migliorie tecnologiche per le chiuse idrauliche, le “conche vinciane”. Aveva inoltre progettato il naviglio di Paderno per collegare il lago di Como con la cittá di Milano (Codice Atlantico). Il ponte a destra nel dipinto ricorda in modo sorprendente la diga di Paderno, mentre l’andamento del fiume che si vede a sinistra nel dipinto ha moltissime analogie con il corso dell’Adda, come si può vedere nella mappa di Google Earth più sopra.
diga Padernocorso adda
La Gioconda è anche un testamento delle sue scoperte pittoriche, a partire dalla stupenda prospettiva aerea applicata al paesaggio, passando per un chiaroscuro impalpabile, fino ad arrivare a uno sfumato dove è impercettibile il passaggio del pennello sul volto raffigurato. Beh, io mi sono divertita tantissimo a indagare questi misteri e a costruire fantasiose ipotesi. Non ho pretese di scientificità, che d’altronde non potrei nemmeno avere; considerate le mie farneticazioni un appassionato e innocuo divertissement.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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