Tutti i colori del mondo, il confine labile tra normalità e pazzia

tutti i colori del mondo

 

Autoritratto con orecchio bendato e pipa olio su tela 51 x 45 1889

Vincent Van Gogh                           Autoritratto con orecchio bendato e pipa
olio su tela 51 x 45
1889

 

 

Io non conosco il confine tra normalità e pazzia. A volte la normalità è una sensibilità esasperata, un sentire che va oltre le apparenze, fino a spingersi avanti nel tempo, a prevedere eventi non ancora accaduti. Può sembrare che tutto ciò sconfini nella follia, invece è un modo di essere diversamente normali. Noi siamo ciò che pensiamo di essere o la nostra essenza è meglio definita da come gli altri ci vedono, ossia: sono gli altri che ci attribuiscono una determinata caratteristica della mente, come può essere la pazzia, o essa è una condizione oggettiva?
Questi sono gli interrogativi che ci si pone alla fine della lettura di questo libro, finalista al premio Campiello 2012.
Sinceramente all’inizio mi sono chiesta cos’avesse di particolare questo romanzo di Giovanni Montanaro per essere inserito in una rosa di selezionati tanto prestigiosa.
E’ una lunga, dettagliatissima lettera, a volte anche un po’noiosa nel volutamente datato lirismo ottocentesco, che la giovane Teresa scrive a Vincent Van Gogh, ospite per qualche giorno della stessa famiglia dove Teresa è stata accolta.
Siamo in Belgio, a Gheel, giallo in italiano, intorno all’anno 1879, quando è storicamente accertato che il padre di Van Gogh mandò il figlio a curarsi in quella cittadina, nota come una grande comunità terapeutica per le malattie mentali.
Teresa è figlia di una pazza morta mentre la metteva al mondo e il dottor Stepher, per non rinchiuderla in un orfanotrofio, la fa passare ufficialmente per matta affinché possa avere un vitalizio ed essere accolta come da tradizione da una famiglia del posto.
Teresa s’ innamora di questo sconosciuto ospite e intuisce in lui le potenzialità del grande artista. A Montanaro piace immaginare che sia proprio lei a regalargli i primi colori.
Poi c’è una seconda parte, dove la vicenda di questa giovane orfana, alla prese con il primo, romantico amore, si trasforma in un incubo kafkiano. La burocrazia, grazie alla quale Teresa Senzasogni ha usufruito di un assegno che avrebbe dovuto servirle a raggranellare la dote per sposarsi con Icarus, si vendica rinchiudendola in manicomio, dove subirà ogni genere di esperimento e di tortura, con un epilogo decisamente inaspettato.
Insomma alla fine mi sono dovuta ricredere, e ribaltare le mie prime impressioni. E’ un romanzo tutt’altro che banale, non facile forse, ma tocca alcuni dei temi che mi sono più cari: il ruolo del destino (della nascita in determinate circostanze con tanto di DNA a reclamare il suo peso ) nella nostra vita, la riflessione sul rapporto tra normalità e creatività, la funzione dell’arte, del colore, che rappresenta insieme all’amore l’unico tentativo di rischiarare il grigiore asfissiante della mancanza di libertà.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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