Anche i castelli di carta hanno bisogno una struttura per stare in piedi

castelli di carta
Sul blog Squarci di Silenzio, nel suo bel post di qualche giorno fa sull’ultimo libro di Baricco, Chiara scrive:
“Lo scrittore, quello bravo, già si sa che non è ardimentoso, nemmeno esperto delle faccende della vita e molto spesso di sé fa immaginazione. Naviga, veleggia, ma mai si sposta dal suo desco, e vive di vite altrui le esperienze e le passioni, nel crogiolo antico dell’illusione”.
Le rispondo qui perché mi sembra di avere più spazio per argomentare meglio il mio parere.
E’ verissimo che si scrive anche perché una vita non basta, ma la storia della letteratura ci dimostra che non sempre è così. Se effettivamente Emilio Salgari ha scritto le sue belle avventure nelle isole malesi dopo averle esplorate solo sulle mappe della Biblioteca civica di Torino, evadendo totalmente dal vissuto quotidiano, è ugualmente vero che a volte accade il contrario.
Dopo un’esperienza di vita talmente intensa da non riuscire a staccarsene, lo scrittore sente che l’unico modo per prendere le distanze da quell’esperienza è scriverne. Aggiunge o toglie particolari; secondo la fantasia e le necessità narrative l’arricchisce con avvenimenti e personaggi, ma sostanzialmente riporta la sua testimonianza.
Il primo esempio che mi viene in mente è Edoardo Albinati in _Vita e morte di un ingegnere_ , scritto in occasione della morte del padre, dove, per sua stessa ammissione, è raccontata pressoché integralmente quella triste vicenda.
Credo, anzi, che nessuno scrittore possa essere veramente grande se non sa descrivere esattamente le emozioni che ha provato e conosciuto, direttamente o per interposta persona: è solo attingendo al serbatoio personale di  sentimenti e di razionalità, arricchita con la fantasia, che si può scrivere qualcosa di credibile. La fantasia è solo uno degli ingredienti, e non può essere il principale.
Lo scrittore potrebbe non aver vissuto in prima persona lo stato d’animo che descrive, ma sicuramente l’ha captato da chi ha interagito con lui, l’ha interiorizzato. Diversamente non potrebbe arrivare al lettore, non riuscirebbe a fargli dire quel famoso “sembra scritto per me”.  Non siamo così diversi gli uni dagli altri, anzi: le dinamiche emozionali seguono schemi comuni.
Hemingway diceva che bisogna scrivere di cose semplici, solo di ciò che si vede e di ciò che si conosce, e io sono pienamente d’accordo.
Volendo trattare una materia che non si padroneggia, è assolutamente necessario studiarla a fondo, esattamente come faceva Salgari, in modo che venga naturale parlarne. Solo con la fantasia non si va da nessuna parte, perché anche i castelli di carta hanno bisogno di una struttura per stare in piedi.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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3 risposte a Anche i castelli di carta hanno bisogno una struttura per stare in piedi

  1. chiaralorenzetti ha detto:

    E’ molto vero quello che scrivi. Io ho preso ad esempio lo scrittore solitario, che vive solo di sogni ed immaginazione. Ma è vero che molto spesso è la stessa vita che si racconta. Anzi, a dire il vero, ultimamente l’autobiografia è di gran moda e questa, a dirla tutta, davvero non mi garba.
    Queste condivisioni di pensieri tra un blog e l’altro, un nascere di qua e continuare di là è lo spirito primo del mio blog e ne sono felice.
    ciao

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