Ancora su Missiroli #Libero, o della necessità di rimanere se stessi nonostante Roth @marcomissiroli

Missiroli

Sono appena tornata dall’incontro con Marco Missiroli e aggiungo qualcosa che ho appena appreso da lui sul libro “Atti osceni in luogo privato” , da me precedentemente recensito su questo blog ( https://giuseiannello.wordpress.com/2015/03/18/atti-osceni-in-luogo-privato-un-missiroli-che-non-ti-aspetti-feltrinellied/)
L’autore l’ha scritto in pochissimo tempo, un paio di mesi se non sbaglio, e ha impiegato due anni a riscriverlo e limarlo. In un giorno, in cui doveva andare al mare, ha buttato giù di botto le prime dieci pagine, pensando che fosse cosa non buona e insolita per lui, che dice di non scrivere più di tre righe al giorno.
Come avevo sospettato, buona parte del contenuto del racconto proviene dalla diretta esperienza dell’autore, che ha confessato di essere rimasto vergine fino ai vent’anni, riuscendo in tal modo a interiorizzare buona parte del femminile lungamente desiderato e non avuto. E’ quindi un libro dedicato alle donne e alla parte femminile degli uomini, alla presente assenza di sua madre e all’assenza presente di suo padre.
Missiroli è simpatico, travolgente direi, di quella simpatia irresistibile che hanno i timidi che hanno dovuto forzare la loro natura e diventare protagonisti al centro dell’attenzione, e tra una battuta e l’altra con Ivano Porpora che lo presentava, ha confessato che una cosa lo tormenta, da quando il libro è stato pubblicato.
Nel testo, quando descrive la visita a un museo dove è esposta la fotografia di Erwin Blumenfeld da cui è tratta la copertina, ha usato le parole “io ero quel corpo”, anziché “io ero quel culo”.
“Ho avuto vergogna”, ha detto, ma mentre sono contento di aver tolto una scena il giorno prima che il libro andasse in stampa perché troppo forte” e ha raccontato la scena, veramente troppo forte, “continuo a sentirmi una mezza sega per non aver avuto il coraggio di usare quella parola, culo. Philip Roth durante un’intervista dopo l’uscita di lamento di Portnoy, ha avuto modo di dire:“La vergogna non fa per gli scrittori. Devi essere senza vergogna. Ciò non significa che devi essere osceno, folle (…) Dico solo che la vergogna non funziona. (…) Provo vergogna come chiunque altro. Solo che, quando scrivo, sono libero dalla vergogna.”Ecco, io non ne sono stato capace e me ne pento.”
In sala tutti d’accordo compreso il conduttore, dovevi usare la parola culo.
Io no, non la penso così, e gliel’ho pure detto, al momento della firma.
“Hai fatto bene, il tuo libro è come la copertina, esplicito ma elegante”. “Non volgare”, ha assentito lui.
“E poi, non si è mezze seghe quando si ha rispetto per ciò che si è in quel momento, se tu non sei pronto a scrivere il  termine culo, secondo me è giusto che rispetti il tuo pudore”.
Ha alzato la testa, mi ha guardata. “Grazie, questa cosa me la porto via” ha risposto.
E qui ribadisco, è essenziale rimanere se stessi in ogni frangente, anche a costo di andare contro i consigli di un grande della letteratura come Roth, che non mi ha lasciato un ottimo ricordo nel libro citato. ( https://giuseiannello.wordpress.com/2014/09/16/lamento-di-una-lettrice-su-portnoy-amantilibri/).

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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