Andros, l’artista bannato che usa poliuretano, parole e solitudine per fare Arte

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-Andros, Pain-thing: Expressions, Colori a Olio su Chromolux con Mani di Poliuretano – 50×70 – 2000
-Andros, L’Uomo a Pezzi (Il Rompicapo della Solitudine),Poliuretano ed epossidica – 40x40x60″ (assemblata) – 4 kg. – 2007 – Scultura in sei pezzi a incastro
-Andros, Identità supposta
Penso sia giusto presentare Andros anzitutto attraverso le sue opere, perché è proprio a partire dall’incontro casuale con i  suoi lavori in una collettiva, che la curiosità di conoscere qualcosa di più su di lui e sul suo modo di fare arte mi ha spinta a chiedergli se fosse interessato a rispondere ad alcune domande. Trovate qui le sue risposte:

-Chi sei e che strumenti hai scelto per diventare ciò che sei?

– Sono un artista. Non lo dico con superbia, ma non mi interessa dire il contrario per fingere umiltà. Gli strumenti che ho scelto sono per lo più la scultura e la scrittura, marginalmente anche la pittura e la performance, ma il mio strumento principale è senza dubbio la solitudine, senza la quale non sarei ciò che sono. Senza solitudine non avrei il tempo per fare e non avrei la libertà di elaborare un pensiero eterogeneo. L’assidua frequentazione del prossimo porta ai luoghi comuni e ai pregiudizi, all’appiattimento, all’omologazione, alla ricerca dell’approvazione, al voler piacere a tutti e a tutti i costi, e porta anche alla noia e alla paranoia. Tutte sciagure dalle quali un artista deve tenersi alla larga.

-Chi sono i quattro personaggi (le sagome nere di tre uomini e una donna con valigetta) che compaiono insieme alle opere sul tuo sito http://www.androsophy.net/ ?

– Rappresentano fruitori ideali, persone interessate all’arte, semplici curiosi. Mi servono per far capire meglio le dimensioni delle opere, e anche per ricordarmi uno dei motivi per i quali vale ancora la pena fare arte: la possibilità di lasciare il segno su qualcuno, magari uno su un miliardo, di lasciargli dentro qualcosa, perché se ne possa nutrire.

-Mi ha colpito l’uso frequente, nel tuo lavoro, del doppio senso; il gioco ironico e a volte feroce fra il titolo e l’opera. Sto pensando, per esempio, a “ Identità supposta”. Ci vuoi parlare di questo aspetto del tuo modo di operare?

– Per me il titolo è parte dell’opera, a volte la completa, a volte ne offre un’interpretazione diversa e altre volte ne ribalta il senso. In alcuni casi l’opera nasce dal titolo, che la anticipa e mi aiuta a visualizzarla. La parola ha sempre fatto parte dell’arte, all’interno e all’esterno dell’opera, alcune sculture sumere, per esempio, erano del tutto ricoperte di incisioni cuneiformi. Non a caso, la scrittura stessa nasce dall’arte. Mi sembra quindi naturale usare la parola come uno dei materiali disponibili per realizzare l’opera. Anche il doppio senso, il gioco di parole, l’ironia, sono per me come la pietra, il legno o le resine, materiali da usare per costruire un’opera. Tutto è materia d’arte, nulla può restarne fuori.

-In una precedente intervista hai detto: “Da un punto di vista più pragmatico, l’arte serve a chi non ha la minima idea di cosa sia e neanche vuole saperlo, e malgrado ciò riesce a trarne profitto.” Ci vuoi spiegare meglio?

– Intendevo dire che spesso mercanti e collezionisti – soprattutto se di fascia alta – hanno un’idea dell’arte molto semplificata. Costa tanto quindi vale tanto, costa poco quindi vale poco. Le opere sono come azioni di Borsa da comprare e vendere in base all’andamento del mercato, niente di più. Non si interrogano su cosa sia l’arte, sul perché si faccia arte, sul valore umano che un’opera potrebbe rappresentare. Potrebbero investire in dipinti o in cocomeri, per loro non farebbe alcuna differenza. Quindi, sono proprio loro a trarre maggiore profitto dall’arte, per loro l’arte è di certo utile. All’antica domanda “a cosa serve l’arte?” danno una risposta semplicissima: a fare soldi.

-Per fare arte ritieni sia essenziale avere delle capacità tecniche?

– Ne sono sempre più convinto. Qualsiasi forma d’arte richiede una forma di tecnica, non c’è bisogno di far riferimento alla téchne greca per rendersene conto. Anche per mettere insieme mille palloncini si deve trovare il modo migliore per farlo, anche per far solo interagire delle persone si deve trovare il sistema migliore perché accada. Alcuni artisti non sanno fare, e quindi firmano opere realizzate da altri per loro conto, anche questo però non vuol dire fare a meno della tecnica, ma scaricarne la responsabilità su mani più capaci, limitando però le possibilità espressive alla propria ignoranza tecnica. L’idea balorda che la tecnica sia inutile è un virus che si è diffuso nel Novecento, e purtroppo non siamo ancora riusciti a debellarlo. È un’idea che fa comodo a molti, per esempio a parolai come critici e curatori, che in questo modo possono sostituirsi agli artisti, e brillare meglio nel vuoto assoluto di opere abborracciate.

-Pensi che il corpo sia il mezzo privilegiato attraverso cui esplorare l’umano?

– Il corpo umano mi ha sempre affascinato, non solo per quella bellezza e quella unicità fatte soprattutto di imperfezioni, ma perché attraverso le sue forme vedevo il suo contenuto. Sguardi, espressioni, posture, tensioni: penso che la nostra esteriorità sia un’ottima metafora della nostra interiorità, che può essere usata per far emergere quello che di solito conserviamo ben nascosto in noi. Il corpo è la nostra casa, e la nostra casa può rivelare molto di quello che siamo.

-Il nome d’arte Andros sembra far riferimento al genere maschile. E’ molto importante per te l’identità sessuale?

– Il richiamo è di certo al greco antico, ma non l’ho mai inteso come un riferimento all’identità sessuale. Ho scelto come nome d’arte “uomo” non nel senso di “maschio”, ma nel senso di “essere umano.” Questo perché nel 1986, anno in cui ho cominciato a firmarmi Andros, mi sono reso conto di avere un forte interesse per l’essere umano, di aver voglia di indagarne gli abissi e le vette, il profumo e il fetore, l’odio e l’amore, le forze e le debolezze, la sincerità e l’ipocrisia. Può sembrare contraddittorio, visto che ho appena detto di aver bisogno di solitudine, ma non lo è affatto, perché qualsiasi studio ha bisogno della giusta distanza dal soggetto studiato. Per studiare il comportamento degli atomi, a un fisico non serve incontrarli al bar o andarci in discoteca. In conclusione, sono un essere umano alla ricerca dell’essere umano. Un’impossibile ricerca dell’assoluto, destinata quindi a fallire; del resto l’arte è così, è asintotica: tende all’assoluto senza poterlo mai raggiungere. Allora perché fare arte, perché tentare? Perché siamo esseri umani.

-Vuoi anticiparci qualcosa dei tuoi progetti per l’immediato futuro?

Sì, tenterò di sopravvivere ancora un po’, ma è un progetto molto ambizioso, non so se andrà in porto.

-Grazie Andros.

– Grazie a te.

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Informazioni su giuseiannello

Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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Una risposta a Andros, l’artista bannato che usa poliuretano, parole e solitudine per fare Arte

  1. Patrizia Belotti ha detto:

    si

    Il 13/06/15, Pittura e scrittura – Giuse

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