“In silenzio nel tuo cuore”, diciassette anni e sentirli tutti

Alice ranucci

Per avere diciassette anni è brava, molto brava. Sicuramente ha talento, e ha tutti i numeri per crescere. Ma a questo punto mi sorge un dubbio: devo valutare questo libro tenendo conto che l’autrice ha diciassette anni o devo giudicarlo senza pregiudizio, cioè senza farmi influenzare dall’età? Opto per la seconda, mi sembra più equo e più rispettoso nei suoi confronti. Oltretutto, l’opinione che ho di Alice Ranucci in base all’età l’ho espressa fin dalle prime righe.
Quando si pubblica un libro, si accetta di confrontarsi con un panorama editoriale vasto e articolato, dove c’è una concorrenza spietata tra gli scrittori e tra le case editrici. Queste ultime hanno come scopo primario quello di fare soldi, e allora per vendere adottano adeguate strategie di marketing e scelgono non solo libri, ma anche, e soprattutto, personaggi interessanti da promuovere. Ho letto qua e là, nei blog di editor più o meno accreditati, che uno scrittore che supera i quarant’anni è ritenuto vecchio; peggio se è donna e ha figli: non avrà né il tempo né le energie necessarie per autopromuoversi, anando in giro per l’Italia a fare presentazioni. Quindi, se la vera discriminante nella scelta dei testi da pubblicare è il personaggio, che cosa ci può essere di meglio di una diciassettenne che ha il dono di saper scrivere fin da quanto ne ha sette? E allora, benvenuta, Alice Ranucci, nel club degli scrittori.
Quando si pubblica un libro, anche a diciassette anni, si accetta pure di mettersi in gioco, e di ricevere qualche critica da chiunque, magari da una blogger sconosciuta come me. Ciò premesso, “In silenzio nel tuo cuore” è un libro piacevole da leggere, scritto decentemente, con una storia che sicuramente piacerà ai ragazzi di oggi, che vi si possono riconoscere. Insomma un romanzo alla Alessandro D’Avenia con qualche anno di meno. La narrazione si pregia anche di una piccola invenzione letteraria, che si svela alla fine del romanzo. Ma possiede anche tanti luoghi comuni, un linguaggio non abbastanza articolato, e parecchie ingenuità. A cominciare dal nome che Alice ha scelto per il personaggio negativo, in un certo senso antagonista: Rodrigo. È chiaro che l’ha pescato direttamente nei Promessi sposi, e questa cosa mi ha fatto sorridere con una tenerezza quasi da ascendente parentale. Proseguo nell’elencazione delle pecche con il titolo, non so se scelto dall’autrice o dalla Casa editrice. Cuore, amore, anima, sono parole ormai abusate che in un titolo fanno tanto canzonetta. Non mancano in questo elenco l’amica grassa, rinnegata, e l’onnipresente amico “giusto”, ma purtroppo non corrisposto. Questa ingenuità non è una carenza colpevole; sarebbe stato strano il contrario, vista la sua verdissima età. Ci sono considerazioni, parole, pensieri, che possono arrivare solo dall’esperienza diretta, solo attraverso il sedimentarsi dei giorni di vita vissuta.

Alice Ranucci ci catapulta tra i frequentatori di un liceo romano, un universo in cui i giovani cercano la propria identità omologandosi al comportamento del branco, che è una delle contraddizioni dell’adolescenza che dovrebbe portare all’accettazione sociale. Bisogna rompere con i codici familiari per crescere: pisciare scuola (non presentarsi alle lezioni), ubriacarsi, drogarsi, stare attaccati al cellulare per messaggiarsi nel raggio di qualche metro, usare lo slang del gruppo (“scialla”, “ti sei sgravata”, eccetera). Se poi il branco ha una connotazione politica, in questo caso fascista, bisogna odiare gli immigrati, vestirsi figo, essere implacabili o addirittura violenti con i diversi.
Anche i genitori si identificheranno nel padre e soprattutto nella madre di Claudia, l’io narrante di questa storia. Questa madre e questo padre sono in preda alla disperazione, spiazzati davanti alle mutazioni ormonali e caratteriali della figlia, e non sanno quale strategia adottare per redimerla. Purtroppo leggendo questo libro si potrebbe pensare che la tattica vincente non sta nel lasciar correre (assenza del padre), né nell’intervento a gamba tesa della madre (controllo delle compagnie frequentate, indirizzo della figlia verso forme di volontariato sociale), ma nel togliersi fisicamente dalla scena. Il miracolo della maturazione di Claudia avviene dopo la morte della sua materna fustigatrice di costumi, e questo è davvero sconsolante: la mancanza di un genitore come unica via per crescere, per occupare il suo posto nella rassicurante scala di valori accettati universalmente dall’ordine costituito, dalla parte “sana” della società.

“In silenzio nel tuo cuore” di Alice Ranucci, Garzanti, è uno dei tre finalisti al Premio letterario “Città di Vigevano” che mi sono ripromessa di recensire. A risentirci presto, forse.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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