Col corpo capisco, David Grossman parte II

Col corpo capisco cop
La gelosia, dicevamo ieri. La gelosia che è anche, anzi sempre, desiderio di possesso. Un desiderio che forse è naturale in un figlio, biologicamente programmato per ricevere tutte le attenzioni di cui ha bisogno per crescere. Ma Nili è una donna che non si lascia racchiudere in un ruolo, è una donna che sente tantissimo e dà tantissimo, a tutte le persone con cui entra in contatto. La figlia Rotem questo non lo può accettare, e si arrocca sempre più nella sua solitudine, non si fa toccare dalla madre. A un certo punto della sua vita, quando finalmente si sente totalmente accolta da Melany, cerca di elaborare questo non-vissuto nei confronti della madre raccontando la storia dell’incontro tra Nili e Kobi, il quasi-sedicenne nei cui confronti Rotem ha sviluppato una gelosia ossessiva, così come lo immagina. Nili, malata terminale, riceve la visita della figlia che le legge questo racconto, la descrizione del rapporto tra il suo “rivale” e la madre. Cerca in lei conferme, ma Nili non le dà nessuna certezza. La madre sa che non è tanto importante l’elaborazione mentale che Rotem ha fatto di quella storia e la sua corrispondenza alla realtà, quanto il fatto che sia stata un mezzo per il loro riavvicinamento.
Kobi, narra Rotem, era stato affidato dal padre a Nili, insegnante di yoga, perché facesse di lui un uomo, forse pensando che lei fosse una specie di prostituta. Kobi, sedicenne flessuoso che ricorda “un principe egizio”, si avvicina alla disciplina come se avesse sempre fatto parte di lui, e Nili ne era rimasta affascinata. Aveva cercato di insegnargli a sciogliere attraverso gli esercizi i nodi e le tensioni muscolari che corrispondono sempre a un groviglio spirituale irrisolto, gli aveva trasmesso le sue conoscenze.
Nili ha qualche nozione teorica di yoga, ma è soprattutto all’intuito e al messaggio del corpo che si affida per la sua opera educativa.
“Io afferro le cose solo in modo intuitivo, …sono una sensitiva, non un’erudita…Sai, …a dire il vero non sono portata per le cose astratte, in generale lascio molto a desiderare sotto un profilo teorico. E anche sotto un profilo pratico –ammette con il solito sorrisetto- non riesco ad assimilare i fatti. Ecco, le cose stanno così. Poi tace, sbalordita. Ma per insegnar lo yoga, – domanda il ragazzo, sconcertato da quella confessione – non bisogna sapere queste cose? Queste massime? Sai, spiega lei con semplicità, quando eseguo un esercizio, capisco. Col corpo, capisco.”
Questo bellissimo personaggio ci insegna, se non lo sappiamo già, che di una persona si può conoscere molto più da una stretta di mano, da un abbraccio, da uno sguardo, da una notte d’amore, che non da mille incontri superficiali. Io lo credo davvero, e forse è proprio per la paura di scoprirci troppo che tendiamo a “mantenere le distanze” dalle persone che non ci piacciono, o che temiamo. Credo anche nel potere terribile della parola, ed è questo strumento che Grossman padroneggia in maniera assoluta in questo racconto, immergendo il lettore nelle situazioni, nella palestra di yoga e di vita, e anche al capezzale di Nili. L’ultima parte, la descrizione del massaggio che l’insegnante pratica al ragazzo, è un magistrale crescendo di parole nell’avvicinamento tra i corpi dei due protagonisti ma anche del lettore verso il nocciolo del libro, il centro del messaggio di Grossman. Alla fine della narrazione Grossman le fa dire a Rotem: “Sono così felice, …, che finalmente abbiamo parlato.”
Anche la parola è un pensiero che deve trasformarsi attraverso i sensi, con l’intervento del corpo,  per poter arrivare agli altri.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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