Lavinia, una vita dedicata all’arte. Chi la riconosce? #Congiunzionidivergenti

2002A.A.composizione con capelli verdi Arte associata, composizione con capelli verdi- 2002

“Lavinia è una di quelle persone assolutamente fuori dagli schemi, una donna che, dopo averla conosciuta, non puoi facilmente dimenticare o confondere con altre. Non è particolarmente bella, né alta o affascinante, ma è unica, dotata di una personalità singolare, formatasi, come succede nella stratificazione naturale del terreno, tassello dopo tassello, una passione dopo l’altra e dopo una serie infinita di sperimentazioni. Non ha mai temuto il giudizio degli altri, tanto meno l’ha cercato. Solo tre cose la interessano veramente: la pittura, il sesso e i dolci, in ordine d’importanza.

Ci sono quadri dappertutto, appesi ai muri con ganci di fortuna, accatastati per terra, impilati sugli scaffali che coprono le pareti. Ogni volta che lo rivedo, mi sembra sempre più stipato di cose oggetti quadri dischi libri stracci. C’è solo un piccolo spazio vuoto in mezzo alla stanza, dove troneggia un cavalletto. A sinistra, uno sgabello regge una quantità infinita di pennelli di tutti i calibri, le misure e le durezze. A destra, Lavina ha posizionato un tavolino, su cui sono a portata di mano le cassette dei colori: a olio, acrilici, tempere, acquerelli, matite e mille altre diavolerie del mestiere che solo lei riesce a scovare girando per i negozi di belle arti.”

Il personaggio di Lavinia, in “Congiunzioni divergenti”, nasce dalla fusione di due persone, un’artista vigevanese con cui ho fatto un pezzo di strada artistica e umana, e un’altra donna di cui non posso dire altro, perché vivente, e potrebbe non prenderla bene.
Chi ha conosciuto l’artista “Lavinia” non può non identificarla, vista la descrizione tratta dai due brani del mio romanzo “Congiunzioni divergenti” che ho appena riportato.
In questi giorni la sto ricordando spesso, non so perché.
Ero andata a trovarla un pomeriggio d’estate di una quindicina di anni fa. Mi piaceva, di tanto in tanto, visitare la sua casa-studio, più studio che casa, perché ogni volta mi stimolava la voglia di dipingere. Avevo sempre l’impressione di entrare in una tana, più che in una casa: il nascondiglio dell’”animalis picturae”. Tutto, in quella casa, parlava d’arte: le immagini, gli odori, l’aria stessa ne era impregnata. Solo in un angolo, un po’ defilato, c’era il letto coperto da  mucchi di lenzuola arruffate, sotto le quali si intuiva un vecchio materasso che conservava ormai l’impronta del suo corpo.
“Lavinia” era al cavalletto quel giorno, tanto per cambiare. Stava dando gli ultimi tocchi a un quadretto che raffigurava una petunia che, ormai sfiorita, riposava lì accanto.
“Bello”, le dissi allora.
“Ma sììììì”, rispose lei trascinando l’ultima parola come faceva sempre, “è caduta una petunia dalla terrazza del mio vicino, e così ho pensato di dipingerla. Ne ho fatte venticinque versioni diverse. Se ne vuoi uno prendilo pure, anzi scegli i quadri che vuoi, tanto…”.
In quell’occasione ne  scelsi tre, e li scelsi fra i più belli, insieme al quadretto della petunia, vergognandomene un po’. Lei non batté ciglio. Forse era consapevole di quanto il suo lavoro valesse, forse no.

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Informazioni su giuseiannello

Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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