Siri Hustvedt, “Quello che ho amato”, quando Il genio s’insinua nelle altruri vite e le modifica.

QUELLO CHE HO AMATO

A commento di un suo libro di saggi, Siri Hustvedt dice della sua scrittura: “«Non ubbidisce alla logica […] è per sua natura contraddittoria ed enigmatica, una sconcertante verità di nebbie e brume». Proprio per dissipare questa complessa ma affascinante nebulosità mi sono presa il tempo di metabolizzare “Quello che ho amato”, il libro con cui la Hustvedt ha conquistato la notorietà, pubblicato in Italia da Einaudi.
In questi giorni la figura di Bill Wechsler mi ha sempre accompagnata, e alternativamente ho provato per lui ammirazione, invidia, tenerezza, compassione; mai indifferenza. Ne ho parlato ad altra gente, ne ho descritte le opere. William Wechsler è un personaggio carismatico, complesso e inclassificabile come solo le grandi menti possono essere. Chiunque entri in contatto con lui non può fare a meno di restarne colpito, di farsi in qualche modo influenzare. Lui non fa nulla per imporsi nella vita degli altri, ma questa peculiarità gli deriva dal fatto stesso di esistere e di essere in una determinata maniera. Tutti i personaggi del romanzo ruotano intorno a ciò che Bill ha costruito nella sua breve vita, a partire dalla voce narrante, lo storico dell’arte Leo Hertzberg. Ormai sessantenne, con gravi problemi di vista, racconta la vicenda che ha portato alla fusione dei loro due mondi. Leo s’imbatte in un dipinto di Wechsler, un “Autoritratto”: l’affascinante e carnale Violet, vestita solo di una t-shirt da uomo, tiene in mano un modellino di taxi giallo, effigie di uno dei tanti che sfrecciano per le strade di New York; una donna sta per uscire di scena, se ne intravedono i mocassini, dipinti con grande maestria; un’ombra si allunga sul dipinto, e Leo la scambia subito per la sua reale proiezione, prima di rendersi conto che è disegnata sulla tela. Il libro parte con la descrizione di questo quadro, che rappresenta l’enigmatica chiave per aprire tutte le porte della vita di Bill Wechsler. Leo ne rimane affascinato, compra il dipinto e vuole conoscere l’artista per arrivare a comprendere perché abbia eseguito un autoritratto raffigurandosi in un corpo del sesso opposto. Dalla conoscenza dei due scaturirà un’amicizia che durerà fino alla fine dei loro giorni, e che li porterà a intrecciare il loro destino attraverso la passione per l’arte e la condivisione della vita familiare.
Bill, durante una conversazione con Leo, dice che Marcel Duchamp ha rovinato l’arte che è venuta dopo di lui, aggiungendo subito dopo che lo adora. Tra queste due idee dell’arte, l’utilizzo del ready-made e la figurazione classica, si muove, infatti, il suo lavoro, utilizzando entrambe in complesse installazioni, scatole e porte che nascondono mondi, alla continua ricerca di quel qualcosa d’indefinibile e sfuggente che ogni artista percepisce e insegue. Una vena di pazzia attraversa la sua famiglia, dal fratello Dan al figlio Mark, e sembra che solo lui riesca a salvarsi, forse grazie proprio alla catarsi artistica. Mark entra a far parte di una compagnia di sbandati il cui leader, Teddy Giles, è il diretto antagonista di Bill. Giles, anche lui artista, è il furbo di turno, l’Hermann Nitsch della situazione, che non si limita però a simulare violenze ma ne fa uno stile di vita. Anche per lui, William Wechsler è il genio ammirato e odiato, il modello da emulare e la figura da distruggere. Alcune vicissitudini del romanzo mi hanno riportato alla memoria uno dei miei film preferiti, “Amadeus” di Milos Forman. In questo libro della Hustvedt Il Salieri di turno è impersonato ora dal buon Leo, che si porta a letto la moglie separata di Bill e tenta di concupirne anche la vedova, ora da Teddy Giles, che con la sua combriccola di disperati fa leva sull’unica debolezza di Bill, la preoccupazione per il figlio Mark, causando forse la fine prematura del rivale.
Un libro, questo della Hustvedt, pieno di citazioni e di richiami sia di psicologia sia di arte, un libro che nonostante l’alto tasso di cerebralità, trova le giuste leve per smuovere le emozioni più profonde, con un’analisi dettagliata dei sentimenti di ogni personaggio.
Degna di nota la traduzione di Gioia Guerzoni.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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