Stoner. Parte seconda, delle passioni

John-Edward-Williams   John Edward Williams

Torno su questo blog dopo una lunga pausa forzata, e forse il commento che scriverò a proposito di Stoner non sarà più lo stesso che avevo in mente più di un mese fa, quando lo programmai. La vita ci cambia, i nostri pensieri cambiano, cambiano le parole con cui li esprimiamo.

William Stoner è destinato a fare il contadino, lavorando duramente per strappare a una terra poco generosa il necessario per vivere. I genitori decidono perciò che una laurea in agraria potrebbe tornargli utile per migliorare la resa di quella loro proprietà ingrata.
Stoner li asseconda, ma all’Università incontra quella che sarà l’unica, vera, passione della sua vita: la letteratura, e successivamente il suo insegnamento.
John Williams è riuscito a rendere interessante la vita di Stoner, nonostante sembri un’esistenza assolutamente piatta, con pochi avvenimenti significativi, e ci è riuscito con una prosa asciutta ma puntualissima nel descrivere i processi mentali dei pochi protagonisti della vicenda: un libro che è un capolavoro.

Quello su cui mi interessa riflettere, adesso, a proposito di questa storia, è l’assoluta identificazione dell’uomo Stoner con il professor Stoner. Questo è un uomo che non esiste al di fuori della sua passione, del suo lavoro. Si allontana anche dall’amore di Catherine per rimanere nel ruolo che ha scelto:

… “Se rinunciassi a tutto, se me ne andassi via così e basta, tu verresti con me, vero?”
“Sì” disse lei.
“Ma sai che non lo farò, vero?”
“Sì, lo so.”
“Perché in quel caso – Stoner spiegò a sé stesso – niente avrebbe più senso, niente di quello che abbiamo fatto, di quello che siamo stati finora. Io non potrei più insegnare, e tu, tu diventeresti qualcos’altro. Entrambi diventeremmo qualcos’altro, qualcosa di diverso da noi. Non saremmo…niente.”

A pochi mesi dal pensionamento, il suo corpo si ammala di un male incurabile, e scivola lentamente, dolcemente, verso la morte, consapevole che ciò che rimarrà di lui non saranno i ricordi delle persone che non è riuscito ad amare fino in fondo ( la moglie Edith, la figlia, Catherine stessa, gli amici ), ma affida il ricordo di ciò che William Stoner è stato all’unico libro che ha scritto.

Ecco, io mi chiedo fino a che punto sia giusto, e sano, identificarsi totalmente in ciò che si fa, senza tenere conto che è solo una parte di ciò che si è. Senza riuscire a capire che quella predisposizione di cui Madre Natura ci ha dotati è solo uno strumento di crescita come tanti altri, non l’unica strada che porta alla realizzazione personale.
Spesso, per raggiungere gli obiettivi che la nostra passione ci pone, brighiamo, ignoriamo le esigenze di chi ci sta vicino, sprechiamo tutto il nostro tempo per creare un varco alle nostre ambizioni.
Chi vive a lungo, serenamente, ha invece l’intelligenza di adattarsi alle varie stagioni della vita. Non abbandona mai le proprie passioni, ma accetta senza farne un dramma eventuali aggiustamenti di rotta. Offre i frutti del proprio lavoro come un dono per gli altri e soprattutto ama, se stesso in prima battuta, e poi tutto ciò che lo circonda.
Intelligenza è soprattutto questo, ossia la capacità di affrontare situazioni nuove con il pensiero, e piegarle alle proprie esigenze con l’azione più opportuna: questo ha determinato la supremazia dell’essere umano su ogni altra specie.
Non è facile, per chi si esprime con le emozioni, lasciare l’ultima parola alla razionalità una volta esaurito l’afflato creativo, ma forse vale la pena provarci.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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