The 12th room -Ezio Bosso

ezio bosso

“Quando si arriva nella dodicesima stanza dell’esistenza, solo allora si ha memoria della prima, del momento della nascita. O, ancora più indietro, di quando si forma il cuore, una piccola stanza che dà inizio a tutto il resto.”
Ruota tutto intorno al concetto di stanza e ai suoi molteplici significati, nella musica, in poesia, al significato etimologico “stare”, questo concept album di Ezio Bosso che i più, me compresa, non sapevano neanche chi fosse fino all’esibizione di Sanremo. Le stanze di Bosso sono dodici, quante simbolicamente sono le fasi della vita. Dodici come i pianeti ( il tredicesimo non conta, scoperto da poco e con un nome difficile, ha detto il musicista), gli apostoli, le tribù di Israele le stagioni, le ore a.m. e p.m., e ancora tanti altri significati che l’uomo ha attribuito a questo numero durante la Storia.
Ezio Bosso filosofo, musicista ma soprattutto uomo coraggioso e vincente. Vincente non tanto per i successi, quanto per il suo rapporto con la creatività e l’utilizzo del suo corpo nonostante la malattia.
C’era luna piena ieri sera, e le foglie dietro il palco si muovevano vive e leggere. C’era la sua e la nostra emozione, un fluire di sensazioni forti interrotto solo da qualche battuta simpatica. C’era la magia della musica che ferma il tempo, dice lui, anzi detta il tempo.
Bosso non si risparmia, non gli basta la sua immensa professionalità. Si dà interamente, durante tutto il primo tempo del concerto e sì, ti commuovi un po’ quando ti fa pensare a Emily Dickinson che a 35 anni decise di chiudersi in una stanza e da lì raccontare il mondo, e di come lui abbia raccolto quel testimone che l’ha portato a dedicarle Emily’s room; sorridi alle sfortune di Chopin, e all’omaggio che il compositore fa al suo “papà” Beethoven. Ma è quando inizia l’esecuzione di “The 12th room” che Bosso ti rapisce e ti fa precipitare nel suo mondo di musica, di corpo, di voce. Si immerge nel pianoforte per far vibrare corde nascoste, grida a tratti, pigia sui tasti o li accarezza veloce, sembra urlare alla luna la sua ostinazione di vivere. Lo senti tutto là dentro: c’è il sudore, il sangue, mentre i fluidi corporei si mescolano ai voli più alti della mente. Come ogni artista quando è davvero sincero, Bosso ti mette davanti alla sua vita ma anche alla tua e allora senti che tutti siamo in un’unica stanza.
Ieri sera la stanza non aveva il soffitto e ogni tanto alzavo gli occhi per seguire un aereo. Qualche uccello, tra gli alberi, faceva sentire la sua voce.
Il concerto si è aperto con Following a bird e davvero, alla fine, mi sono accorta di essere volata lontano.

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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