I mutandoni di nonna e altri feticci

lyda borelli

Non sono molto bella, ma uno dei miei ex fidanzati mi ha detto che, vista nuda, ho “quel certo non so che”. Infatti non so di che cosa si tratti esattamente, ma di sicuro deve attirare molto gli uomini, giacché nessuno resiste a mettermi le mani addosso. Subito dopo la conquista, chissà perchè, si allontanavano. Sarà che purtroppo ho ereditato da mia madre il naso alla Dante Alighieri, sottile storto e prominente, ma ho gli occhi verde giada come quelli dei gatti, davvero irresistibili. Se solo mi decidessi per una rinoplastica, penso che neanche Brad Pitt, per dire, mi potrebbe sfuggire.
Ecco, non è che abbia tirato in ballo il biondo Brad per caso. È che è il mio uomo ideale; per uno come lui mi lancerei nel fuoco, mi trasferirei in America salendo su un aereo nonostante la paura, perfino la rinoplastica mi farei, se proprio me lo chiedesse.
Oltre al naso befano anche la cattiva sorte mi ha remato contro fino a un certo punto della mia vita, specialmente in amore.  Ma, contro la sfortuna, ora ho un rimedio sicuro: le mutande di mia nonna.
Vi spiego: mia nonna mi voleva molto bene, mi ha tirata su mentre la figlia
(mia madre) lavorava, facendo turni massacranti all’Essecorta e mio padre sputava sangue in fonderia. La nonna cercava di correggere i miei tanti difetti fisici e caratteriali con una certa pignoleria, ma essendo anche lei portatrice sana di questo micidiale strumento per l’olfatto, l’ultima cosa su cui poteva trovarmi da dire era il tubero contorto che mi porto addosso e che da loro avevo avuto in dono.
Purtroppo, qualche anno fa, proprio la settimana precedente il giorno fissato per la mia laurea in scienza dell’alimentazione, nonna Grimilde ci lasciò. Teneva tantissimo a essere presente in quell’occasione per noi importante, così pensai di portare un pezzettino di nonna con me. Quel mattino, prima ancora di fare colazione, scesi al piano terra della nostra casa, entrai in quella che era stata la stanza di nonna, e ravanando nei cassetti del comò, presi un paio di mutande, scegliendo le più nuove tra quelle che aveva indossato. Scoprii in seguito che, a sua volta, le aveva ereditate da sua madre. Insomma uno strumento di pudore e di seduzione formidabile, un cotone resistente e candido, ornato di trine e di merletti rosa, che aveva vestito le pudenda di una serie di donne della mia famiglia. Me le infilai sopra le mie, e tornai ai preparativi per recarmi in Università.
Andò tutto a meraviglia, al di sopra di ogni rosea aspettativa. Considerando che non sono un genio, un 103 mi sembrò un regalo della nonna. Ero stata eccezionalmente brillante nell’esposizione della tesi, tranquilla e sicura come si conviene a chi padroneggia la materia.
Fatto sta che, da quella volta, le mutande di nonna mi hanno sempre accompagnata nelle occasioni in cui tengo a fare bella figura. Son venute con me al mio primo colloquio di lavoro (andato bene, assunta a tempo indeterminato in una multinazionale del settore alimentare), eravamo insieme anche all’appuntamento dal dentista. Perché dal dentista, direte voi? Sì, perché, oltre ad aver paura dell’aereo, nutro una fobia incontrollabile per i camici bianchi e le divise. Siccome non era il caso di aggiungere un incisivo rotto al naso aquilino come paesaggio di base, a tre giorni dall’avventato morso all’oliva taggiasca mi ero decisa a prendere appuntamento per la sistemazione del disastro. Indossando le mutande di nonna, ne ero sicura, anche questa volta tutto sarebbe andato bene.
Ora, potevo mai immaginare che quel dentista, scelto a caso sulle pagine gialle elettroniche in base alla distanza dalla mia abitazione, fosse il gemello separato alla nascita del mio amato Brad?
Proprio così, ragazzi: uguale a lui come due gocce d’acqua, non fosse stato per dieci centimetri in meno nell’altezza.
Fatto sta che mi stesi sulla poltrona aspettandomi il peggio, senza però staccare i miei occhi di giada dai suoi. Mi accorsi presto che anche a lui non ero indifferente, tanto che, con la scusa di manovrare quegli aggeggi infernali che aveva in mano, insisteva ad appoggiare il braccio sul mio maglione all’altezza del push-up quarta misura che mi porto addosso, e che ripartiva il suo sguardo tra l’incisivo spezzato e le mie verdi iridi. Finito il lavoretto, e di una sciocchezza davvero si trattava, mi scortò fino all’ufficio per rilasciarmi la ricevuta, e mi propose di andare a bere un aperitivo al bar dell’angolo, visto che ero l’ultima cliente della giornata.
Insomma, per farla breve: finimmo la serata in una camera d’albergo. Nell’agitazione di aver trovato il mini-Pitt dei miei sogni mi dimenticai completamente delle mutande di nonna, e quando si arrivò al dunque, me ne ricordai solo perché lessi nel ceruleo occhio braddiano lo sgomento di dover armeggiare con nastrini e bottoni di un indumento inusuale. Non sta bene riportare quel che seguì, ma tutti quanti lo potete immaginare.
Vi dico solo che ora Alberto è mio marito, e che non posso far l’amore con lui se non indosso le mutande di nonna. È un collezionista accanito di oggettistica, a partire dal Liberty fino al modernariato anni cinquanta. Dice che non c’è niente di più eccitante di una foto in mutande di Lyda Borelli, un’attrice famosa del cinema muto, che non so attraverso quali strani canali o mercatini dell’antiquariato è entrata in suo possesso. Così, da quella sera dell’aperitivo al bar, facciamo l’amore tutte le sere, ma in camera nostra, non più in albergo.
Sul mio comodino c’è una foto di Brad Pitt, sul suo quella di Lyda Borelli in déshabillé. Nel cassetto, a portata di mano, le mutande di nonna.

 

(da Ricucire frammenti di tempo e altri racconti)

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Pecco in parole, opere (e omissioni). Tratto sul serio: pittura e scrittura
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3 risposte a I mutandoni di nonna e altri feticci

  1. wwayne ha detto:

    Di Brad Pitt ho amato moltissimo questo film: https://wwayne.wordpress.com/2015/07/26/la-ciliegina-sulla-torta/. L’hai visto?

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