Lettera al proprietario di una Simca gialla

SIMCA

Dopo tanto inutile cercare quando abitavi ancora con noi, alla fine, l’altro ieri, è saltata fuori. Mamma l’aveva persa da qualche parte, e non aveva la più pallida idea di dove potesse essere finita. Eppure, all’inizio, era della sua misura esatta, la vera d’oro giallo che le avevi comprato nel ’42. Forse si era sfilata dall’anulare inceppandosi in un ostacolo imprevisto, che so, un rametto di rosa, la lama della zappa mentre faceva scivolare i semi dei piselli e delle fave nei solchi profondi che tu le avevi preparato
nell’orto che aveva inizio dal grande fico bianco.
Era un orto in affitto, perché la nostra casa era cresciuta, stretta e lunga, incastrata in quel po’ di terreno che eri riuscito a comprare con i risparmi di una vita. Comprato il terreno, i soldi erano subito finiti. E allora mutuo, e quindici ore al giorno di lavoro, e ancora lavoro la domenica per mettere su, forato dopo forato, la casa dei tuoi sogni. Ci avevi messo sotto tutti quanti, anche me che ancora andavo a scuola. Tra noi donne -la mamma, le mie due sorelle, io, quante donne, tutte donne in casa tua-c’era chi toglieva i forati dal bancale e li preparava, chi li portava con la carriola, chi li porgeva per la posa a te e a Salvatore, che ti aveva insegnato come fare a tirare su i muri.
Così, forato dopo forato, queste mura si sono intrise del tuo sudore ed è da qui che ti scrivo, perché qui sono rimasta, padre. Avevi detto “solo un piano, a livello del terreno, perché ci basta”, ma poi avevi pensato che le figlie erano tre, e a ognuna di noi tre volevi lasciare qualcosa. Allora i muri si sono alzati, e solo a dieci metri di altezza ti sei deciso a mettere un tetto. Il progetto iniziale era cresciuto, e in ugual misura erano cresciuti i debiti. Tutt’e tre ci dovevi mantenere, tutt’e quattro, anzi, mentre la casa, come un buco senza fondo, ti succhiava linfa e sangue. Per questo le ore di lavoro erano diventate quindici, e frequenti i turni di notte alle pressette, e ancora non bastavano.
Tu e la mamma studiavate di nascosto i piani per risparmiare al centesimo, quando tornavi al mattino e silenziosamente t’infilavi nel letto per non svegliarci. Ma ho sempre avuto il sonno leggero, e ti sentivo.
Ascoltavo la disperazione di mamma perché i conti non quadravano, e non potevano quadrare. Così le bistecche erano diventate uova, e le uova pane. Forse per questo aveva perso la vera, perché le dita magre, spolpate della carne, non le davano più appiglio.
Non so come facesti, allora. Ma ho un ricordo preciso, era dopo cena, quando tirasti fuori dalla tasca dei pantaloni stinti una fede gialla, come nuova, e gliela mettesti al dito, senza parlare. Lei sorrise, e allungò le dita della mano per rimirarla, per controllare che fosse della giusta misura.
“Unni a pigghiasti”, dove l’hai presa, ti chiese senza smettere di sorridere, gli occhi puntuti e attenti a quello che avresti risposto.
“Tu non ti preoccupare”, rispondesti vago, “so io quello che faccio”.
Quando dicevi quella frase, “so io quello che faccio”, non c’era da ribattere, e l’argomento era definitivamente chiuso.
Non ti potevo sopportare, allora, per quei tuoi atteggiamenti prepotenti e le famose “regole” con cui t’imponevi, e cui dovevamo tutte sottostare, volenti o nolenti.
Solo ora, che anche le mie palpebre hanno le stesse pieghe delle tue di allora, posso capire quanto il tuo modo di fare fosse parte di una recita, dove tu quel ruolo dovevi per forza recitare, e lo recitavi come potevi. Qualche trasgressione solo ogni tanto, le poche sere che eri a casa, quando aspettavi che io spegnessi la luce per venire a rimboccarmi le coperte. Io facevo finta di dormire; m’infastidiva doverti parlare, e m’infastidiva il gesto: avevo diciott’anni e mi sentivo grande.
Di un’altra trasgressione mi ricordo, di quella volta che m’incontrasti per strada abbracciata a un ragazzo, e, per non dover risolvere il conflitto tra le tue regole virtuali e la realtà, facesti finta di girarti a guardare una vetrina. Mi aspettavo una litigata, a casa, o chissà quale altra punizione. Niente, portasti avanti la finzione fino in fondo. Ma, da quella volta, per la paura d’incontrarti ancora, mi lasciai abbracciare solo al buio e al chiuso.
Torniamo alla vera, che sto parlando d’altro. La mamma, a un certo punto, smise di cercare, e si tenne stretta quella nuova.
Passarono gli anni, e anche i debiti a poco a poco finirono. Ti comprasti una Simca gialla, di seconda mano. Aveva occupato il posto della vecchia Gilera, e, come quella, ti riempiva di orgoglio. Non avevi una grande scelta di stereo8 nella Simca gialla di seconda mano. Qualche valzer, un paio di mazurche e Marechiaro cantata da Murolo erano tutto quello che ti serviva, tutto quanto bastava a farti tastare con mano la realizzazione del tuo sogno piccolo piccolo: la tua musica in un’auto piccola, in un garage stretto, dentro a una piccola casa. Ma era tutto tuo, sudato. Strappato alla miseria con le unghie e con i denti.
Avevi appena passato i sessanta, l’età della pensione allora, e con le grosse dita indurite dal lavoro, infilavi le cassette nel lettore, alternandole incessantemente, mentre mi accompagnavi, fischiettando i brani.
Scendevo trafelata, in ritardo come sempre. Tu eri già in macchina, la radio accesa, e ti sporgevi ad aprirmi la portiera, come fanno gli autisti con le clienti. Subito m’investiva l’odore del dopobarba al pino silvestre e il fiorire delle fisarmoniche, che disprezzavo in egual misura. Dallo specchietto retrovisore pendevano un rosario benedetto e un calendario da barbiere, profumato, con le donnine in costume da bagno. Pensavo che fossi proprio vecchio, irrimediabilmente vecchio, e fuori moda.
Guardavo fuori dal finestrino tutto il tempo, mi sembrava che non avessimo niente in comune. Neanche tu parlavi, fischiettavi e basta, seguendo il ritmo. Dopo tanto duro lavorare eri felice, adesso lo capisco.
Ho sempre approfittato del fatto che tu avevi un debole per me, l’ultima, quella arrivata fuori tempo e inaspettata, la piccolina della nidiata di tre sorelle così diverse, nel carattere, l’una dall’altra. Quando nacqui io, avresti voluto il maschio, e io l’ho sempre saputo, ma mai, neppure una volta, ce l’hai confessato.
Mi accorgo che divago ancora, è la storia della fede che ti voglio raccontare, e vengo al sodo.
L’altro giorno, era il mattino del diciannove luglio 2014, ci accorgemmo che lo scarico del lavello si era intasato. Non so per quale motivo, sai che di cose pratiche capisco poco, mio marito decise che il colpevole poteva essere solo il pozzetto che sta vicino al vecchio fico bianco.
Tirò via le piastrelle di autobloccante, asportò la sabbia, ne estrasse il pozzetto per ripulirlo.
Era là sotto, papà. Era proprio là che mamma l’aveva persa!
Mio marito tirò fuori la vera, la ripulì alla meglio, me la portò in casa chiedendomi se sapevo di chi fosse.
Lessi la data impressa nell’oro, forse più rame che oro: 19.7.1942, e tutto mi tornò alla mente. Ricordai subito la disperazione di mamma, e le inutili ricerche di quegli anni.
Corsi in cortile, la chiamai a gran voce: “Affacciati alla finestra, guarda qui!”


Ora porta due vere nello stesso dito, non se le toglie mai.
Dice che tutto quello che volevi dalla vita te lo sei preso, solo una cosa non sei riuscito a fare. Mancavano pochi anni a festeggiare le nozze d’oro quanto te ne sei andato, e non hai fatto in tempo a celebrare lo scambio degli anelli in chiesa, come avresti voluto. Ma, testa dura com’eri, “testa ‘i calabbrisi”, alla fine hai solo rimandato. E’ convinta che tu ci abbia messo del tuo, il giorno del vostro anniversario, a intasare gli scarichi; a fare in modo che quell’anello ritornasse al dito, dove lui l’aveva infilato più di settant’anni prima.
Solo questo, papà, ti volevo raccontare.

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Non funziona tra noi #quasipoesie

MCM20027

La rabbia dei ricordi – olio su tela – 1998

Non funziona tra noi.

Un fiume non può uscire
dal letto scavato per anni
eppure all’improvviso esonda,
rompe gli argini e irrompe.

Ma una terra da tempo asciutta
non è pronta a raccogliere,
una riva da troppo lasciata
non discerne l’acqua che irrora.

Ho incontrato foglie secche.
Rotolavano lente sul marciapiede
incuranti dell’estate in corso
e in fondo al viale c’eri tu.

Non funziona tra noi,
ma con atroce dolore
dall’albero in giardino
il ramo si distacca.

Erano una sola cosa
-il ramo e l’albero-
erano linfa che scorre.

Ora una foglia rotola
lenta sul marciapiede
mentre in fondo alla strada
cerco un fiume che corre.

Colonna sonora:  Come se non fosse stato mai amore

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LA CARTA D’ORO – #fantaarte – raccontobreve

carta igienica d'oro

Un famoso Artista e un altrettanto famoso Critico d’arte stanno festeggiando il Capodanno 2017 nell’ esclusivo salotto di un loft a New York.
– Hai fatto caso che quest’anno cade proprio il centenario dell’opera che ha aperto le strade alla maggior parte dell’arte contemporanea?-
-La fontana di Duchamp-
-Già.-
Il famoso Critico assapora un goccio di champagne .
-Cosa possiamo inventarci per chiudere il secolo?-
Entrambi pensano, guardando con attenzione un fuoco d’artificio spegnersi al di là dei vetri.
-Un altro cesso, ma stavolta sarà d’oro.-
-Sei il solito genio, amico mio!-
-…e lo facciamo installare in un museo, lasciando che la gente lo usi.”
-E io scrivo un libro su come si chiuda un ciclo artistico, che è un po’ come aprirne uno, all’insegna del “si defeca, si piscia, si muore”.
-Grande, amico mio.-
– Tu vedi aumentare ulteriormente l’importanza e il valore dell’opera, io vendo il libro in milioni di copie nel mondo.-
-Perfetto, entrambi entriamo nell’Olimpo della Storia dell’Arte: il Critico e l’Artista che chiusero un’epoca.-
I due brindano mentre un ultimo fuoco accende lampi d’intesa nei loro occhi. Una ragazza seminuda si avvicina sculettando mentre arriva il nuovo giorno.
Benvenuto 2017! Eccoci, America.


Fine della storia

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Nel buio della sera

TONIGHT

TONIGHT – acrylic and charcoal on paper 24 x 33

Hai detto – È come in una bolla,
siamo fuori dal tempo-
e mi hai sfiorato il braccio
-apriti, non avere paura-.
Vestita d’ombra l’anima, nel buio della sera,
ti ha confessato cose che all’amore neppure accenna.
Ci siamo trovati nel limbo che precede la vita,
hai detto parole sagge il cui senso mi sfuggirà domani
nel provvisorio inferno che alla realtà riporta,
ma adesso sono vera, lontana, sono io.
Non ho ruoli non ho aspettative
sono solo una donna sola perduta nella sera.

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IL TEMPO VOLA #contemporaryart

IL TEMPO VOLA
acrilico, resina, metallo su legno
80X60

Così parlò Atena, dall’antica saggezza:
“Usa il tuo tempo con acuta e rapace lungimiranza, ché il volo troppo leggero ne pregiudica l’arrivo felice.”

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Una parte di noi sa chi ci “appartiene”

MCM20027Gli amici veri, gli amori, incrociano per caso la nostra vita ma siamo noi a scegliere di continuare il nostro percorso proprio con loro e non con le altre casuali conoscenze. Perché sappiamo già che ci appartengono in qualche misura, e uso il verbo appartenere come certa gente del Sud, che parlando di un parente dice “mi appartiene”, ossia intuiamo dietro la loro faccia qualcosa che è anche in noi, o che stiamo cercando.
Razionalmente inspiegabile, allo stato attuale delle conoscenze. Ma la scienza è un tentativo di dare risposte a domande che prima non esistevano.

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PENELOPE

2017 LEGAMI -62x53
opera: LEGAMI – tecnica mista su legno 62×53

Hai tessuto parole come fili
per vestire ostinati silenzi.
Di pietra lo sguardo che un giorno
l’ombra cucì di carezze
forre taglienti i suoi fianchi
che all’amore perduto eran nido.
Paziente Penelope attendi
Ulisse che tocchi le rive,
tradita ingannata memoria
a Eraklion perdesti il tuo fuso.

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