Gli artisti e la formaggella di capra

formaggifoto scaricata dal web.

Quando devo andare in centro posteggio in una via semiperiferica, per non pagare il ticket e fare un po’ di movimento. Lungo il percorso che conduce in Piazza passo davanti a un negozietto che vende solo formaggi.
L’esercente è sempre dietro al bancone, pronta ad accogliere i clienti, ma ancora non mi è capitato di vederne entrare nemmeno uno. La signora è una donna di mezza età che probabilmente ha investito tutti i suoi risparmi in un’attività che dovrebbe permetterle di sbarcare il lunario fino all’arrivo della pensione. Il negozio è pulito, la merce esposta in buon ordine, i formaggi sono allineati con precisione nel banco frigo. Lei indossa una vestaglia da lavoro, di un bianco immacolato, che copre due o tre maglioni che dovrebbero difenderla dal freddo. Sulla testa ha la cuffia regolamentare, inamidata e pulita. Io guardo oltre la vetrina e lei ricambia lo sguardo, dritta e dignitosa nella sua divisa, l’espressione ferma e paziente di persona che ha fatto tutto quanto doveva e ora deve solo aspettare il cliente.
Mi ricorda la vita di tanti artisti che conosco e, in parte, anche la mia. Sono artisti che fanno seriamente quello che dai più non è neanche ritenuto un mestiere, che vi hanno investito anni di ricerche e di studio e si dedicano alla propria arte con grande passione. È gente che espone i propri lavori dove può e quando capita, e dignitosamente si sottopone al giudizio del pubblico, che perlopiù li ignora.
Mi sono ripromessa  di entrare, uno dei prossimi giorni, a comprare una formaggella di capra, anche se sono intollerante ai latticini. Così, tanto per darle una speranza.

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La vita in cornice

La cornice separa dall’ambiente circostante l’opera che racchiude e, nello stesso tempo, la mette in risalto. La sua presenza ci avverte che quanto vediamo in essa non fa parte della realtà in cui siamo immersi; ci proietta in un tempo e in un luogo diversi, anche se fisicamente sembrano essere contemporanei all’osservatore. L’opera testimonia il tempo dell’autore, che a sua volta può aver rappresentato qualcosa di passato o di futuro rispetto a se stesso. La cornice stigmatizza uno spazio sacro, nel senso di separato e di inviolabile.
Attualmente si preferisce esporre la tela senza cornice o, nel caso il supporto lo richieda, essa si limita a  un anonimo listello. Anch’io spesso espongo i miei lavori  seguendo questi criteri. Così facendo, si vorrebbe che la cornice dell’opera diventasse parte integrante dello spazio in cui essa è esposta, ossia lo studio, la galleria, il museo, il sistema dell’arte stesso.
Tanto per non venir meno alla mia incoerenza, in questo periodo ho cominciato invece a lavorare a una serie di cornici, “FRAMES”appunto, che in questo caso diventano però veri e propri contenitori, nei quali ho riunito oggetti di vario tipo che hanno per me una valenza simbolica. Una parte più bassa, esterna alla cornice, ha il compito di raccordarla alla parete ed è lastricata di parole significative rispetto al contenuto dell’opera.
Le prime due cornici sono dedicata all’amore:
LOVE FRAME N. 1 – THE LOVE YOU GAVE ME
love-frame-1-the-love-you-gave-me-3
LOVE FRAME N.2 – KEYS AND CHAINS
love-frame-2-keys-and-chains-2

In entrambe sono presenti tealight in vari stadi di consunzione, a simboleggiare l’amore che arde, si consuma e infine si spegne. Non ho però abbandonato del tutto la figurazione: nel primo lavoro si tratta di un ritratto a pastello, fotocopiato e ritagliato; nel secondo sono disegni a pastello di chiavi, lucchetti e catene.

 

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A lungo ho atteso

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INUTILE ATTESA -acrilico e colle su tavola 80×60

A LUNGO HO ATTESO

A lungo ho atteso
-non saprai mai quanto-
l’Amore si svelasse.
Portò saliva amara
che raggiunse il fiele.

Di bocca il fumo esce
-voluttuosa assenza-
nell’aria ricompone
sospiri e gemiti
di quel letto sfatto.

Lamine di sole
sul tuo corpo nudo
solo questo ricordo
e sudore, nettare
dai corpi stillava

nel meriggio afoso,
ma un balsamo fragrante
il seno inteneriva
quando un insetto scuro
sul muro si posò.

Con un grido sordo
staccandoti da me
scacciasti il parassita
e allora con dolore
seppi: per poco ancora

accanto mi saresti stato.

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Getsemani, il dolore in mutande

1997-getsemani-2

GETSEMANI – 1997, olio su tavola 50×70

Quando siamo costretti ad affrontare una prova difficile ci sentiamo inadeguati e nudi, in mezzo a gente ben vestita e indifferente al nostro dolore.
GETSEMANI è un olio su tavola del 1997, uno degli anni più difficili della mia vita. Allora pensavo che il mio destino si fosse incanalato in un corso irreversibile, cosa che la vita mi ha confermato nel 2002 e clamorosamente smentito nove anni dopo, nel 2006.
Quando credo di aver raggiunto una certa stabilità, nel bene o nel male, la situazione si ribalta, quasi sempre indipendentemente da me, o addirittura mio malgrado.
Illudersi di poter gestire totalmente la propria vita è come pensare di convogliare tutta la luce del sole in un unico pannello solare. Riusciamo a usarne il calore per i nostri scopi, ma non siamo in grado di andare oltre.

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PELLE – Call for artists

AR.CO. Associazione culturale

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Dal 22 aprile al 1 maggio 2017 AR.CO. Associazione culturale organizzerà una collettiva di arti visive a tema dal titolo “PELLE” presso la Sotterranea Nuova del Castello Sforzesco di Vigevano. Gli Artisti sono chiamati a interpretarlo con la loro sensibilità artistica e con lo stile che preferiscono.
C’è tempo fino al 28 febbraio 2017 per presentare all’indirizzo mail ar.co.associazioneculturale@gmail. com le proprie proposte di pittura, scultura, fotografia, videoarte, installazioni, performance.
Trovate qui il bando-pelle

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Tema: Lettera a Babbo Natale

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Tema

Lettera a Babbo Natale

Come tutti gli anni, la maestra Carmina ci ha dato i compiti per le vacanze: non poteva mancare il tema dedicato al Natale, come ogni anno che Dio manda in terra, per l’appunto.
Mi sento come quando addobbo l’albero, che devo tirare fuori sempre le solite palle e i soliti festoni. Per le luci è un po’ diverso, perché ogni tanto se ne fulmina una e allora mia mamma va a comprarne una fila nuova al Bricoself, lamentandosi che è colpa mia perché non le tratto con la dovuta attenzione.
Alla fine l’albero sembra quello dell’anno scorso, ma siccome son passati 330 giorni non c’è più nessuno che se lo ricorda, allora tutti a dire “
Che bello, ma come sta bene, è commovente”. Qui i casi sono due: o sono io che mi ricordo troppo, o gli altri miei familiari si stanno rincoglionendo, ma a me sembra sempre circa uguale.
Sarà così anche per il tema di Natale, cercherò di cambiare la posizione delle palle, tanto per tentare di fare un albero diverso spostando le parole, quindi:
Caro Babbo Natale,
io non ho bisogno di giocattoli, perché ormai faccio la quinta elementare e sono grande, perciò ti chiederò qualcosa di più adatto alla mia età.
Per prima cosa vorrei essere più buono, per tentare di sopportare la fidanzata di mio padre, che quando mi portano a mangiare la pizza mi sbaciucchia per far vedere a mio padre quanto le piacciono i bambini, sperando che lui si decida a divorziare e la sposi, ma a me non la dà a bere, perché una che ci mette tutto quel tempo a farsi le decorazioni natalizie sulle unghie non può aver voglia di cucinarmi gli struffoli come fa mia madre.
Per seconda cosa, ti chiedo di far capire a mia nonna Immacolata e a mio nonno Ferdinando che non mi piace leggere, e di smetterla di regalarmi l’enciclopedia Treggatti a due volumi per volta, che mi regalassero tutta la collezione di Tex Willer, se proprio vogliono che io legga qualche cosa.
Vorrei anche, se davvero tu hai superpoteri, che facessi stare zitta mia sorella un secondo, che con la sua voce stridula da cornacchia mi confonde quando è il momento di fare i compiti, che già io non ci sono portato, se poi lei si mette a raccontare a mia madre quello che ha fatto e quello che ha detto il Tale di Talaltra, non riesco a concentrarmi e sbaglio tutto.
Infine vorrei che regalassi a mia madre un marito nuovo, che quello vecchio, che sarebbe poi mio padre, non la meritava, e io vorrei che anche lei fosse finalmente felice. Se t’impegni, caro Babbo Natale, puoi trovarle qualcuno bello, buono e ricco; che possibilmente abiti in un’altra città, però, in modo che non venga troppo spesso a rompere le scatole.
Come vedi, non ti ho chiesto niente di trascendentale, solo qualche aggiustatina alla mia vita. Per uno che vola di notte su una piccola slitta guidata da animali cornuti, e che quindi di corna se ne intende, sicuramente in sovrappeso e per di più carico di regali, che riesce a non sbandare in curva e a evitare la Salerno-Reggio Calabria, penso che sia roba da niente.
Tanti auguri anche a te, che credo ci pensi e ti farà piacere; abbi un occhio di riguardo per tua moglie, la Befana, che ti aspetta inutilmente dalla vigilia fino a Santo Stefano.

Affettuosamente tuo
Eduardo Esposito

P.S.: i giocattoli che avevi destinato a me, portali pure ai bambini più poveri, che magari loro si divertono e io sono contento, che per Natale sono riuscito anch’io a essere buono. Credo cbe anche i congiuntivi li ho fatti giusti, così pure la Maesta Carmina è contenta.

Auguri, a modo mio, anche a chi mi legge. :-)
Giuse

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Era l’occaso

2001-il-fiore-strappato

Il fiore strappato, 2001 -olio, vinavil e collage su tavola 50 x 35

 

Tra l’erbaccia del parco
-era l’occaso-
il tuo sangue col rosso dell’aria
si confuse.
Piangendo gemevi supplicavi
le unghie troppo corte
per graffiargli il collo
troppo esile il corpo
per tenergli testa.

Nascondi nelle pieghe dell’età
quel ghigno doloroso e crudo
non ne ricordi il volto
ma l’ansimare sordo
nell’orecchio interno
t’è rimasto e offende
quella voglia di perdono
che all’oblio prelude.

Sei donna fatta ormai,
l’esile corpo un poco appesantito,
ma il bozzolo che chiuse
i tuoi pensieri resta
imbriglia la tua voglia di volare
oltre la siepe, oltre il rantolo osceno,
dove fare l’amore non è solo gesto
dove le unghie graffiano sì ma dal piacere
dove un uomo e una donna,
non carnefice e vittima,
gemono insieme nell’occaso.

 

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